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Che io ti conosca come sono da Te conosciuto

Colui che cerca sinceramente la verità, sta cercando Dio, diceva santa Teresa Benedetta della Croce, al secolo Edith Stein.

E sant’Agostino, echeggiando san Paolo (1 Cor. 13, 12; Efes. 5,27) e i Salmi (50,8), nelle Confessioni (X, 1) scrive: Deh, ch’io ti conosca, o mio conoscitore, così come sono da te conosciuto. O virtù dell’anima mia, entra in essa e adattala a te, affinché tu l’abbia e la possieda senza macchia né ruga. Questa è la mia speranza, per essa parlo e in essa gioisco tutte le volte che la mia gioia è sana.

E Romano Guardini, uno dei più grandi filosofi e teologi del XX secolo (in: R. Guardini, Virtù. Temi e prospettive della vita morale, Brescia, Morcelliana, 1980, p. 34):

Un animale è immediatamente identico a se stesso. Diciamo più esattamente: per un animale non esistono domande. È come è, inserito e risolto nel proprio ambiente. Di qui l’impressione di "naturalezza"  che l’animale ci fa: esso è tutto quanto come deve essere in rapporto alla sua essenza e alle condizioni ambientali. Con l’uomo le cose non stanno così. Egli non si risolve in ciò che è e in ciò che esiste riferito a lui. Egli può porsi in distacco da se stesso e riflettere su se stesso; può giudicarsi; può desiderarsi al di là di ciò che è in direzione di ciò che vorrebbe o dovrebbe essere.

Ecco: il punto centrale è proprio l’ultimo: che l’uomo, e solamente l’uomo, a differenza di ogni altra creatura (beninteso, fino a quel che conosciamo, e nell’ambito di questo piccolo pianeta in cui viviamo, che è solo una infinitesima particella dell’universo), può desiderare di essere al di là di ciò che è, in direzione di ciò che vorrebbe o dovrebbe essere. L’uomo, cioè, avverte in se stesso l’esistenza di più possibilità; e, in particolare, avverte la possibilità di essere non come egli è attualmente, come la coscienza lo rivela naturalmente a se stesso, ma come vorrebbe e, soprattutto, come dovrebbe essere. Donde gli viene questa coscienza, la coscienza di queste varie possibilità, e la stessa possibilità di questo sdoppiamento? A prima vista, parrebbe quasi uno svantaggio: tutte le altre creature sanno chi sono, e, pertanto, sanno verso che cosa devono dirigere i loro sforzi: a mantenersi e conservarsi così come sono, in termini di bisogni naturali che sono sostanzialmente sempre gli stessi. L’uomo, invece, va oltre questa catena dell’abitudine; il suo stato costante è proprio quello di non avere una forma definita, ma di aspirare ad essere qualcosa di diverso da ciò che effettivamente è. Parrebbe, questo, il destino di una eterna alienazione, di una eterna lacerazione; parrebbe il destino di una coscienza infelice, mai soddisfatta del presente, mai appagata di ciò che riesce a fare e, di conseguenza, di ciò che riesce ad essere. Sempre fuori dal suo centro, o meglio, sempre consapevole di non avere un centro.

E tuttavia, guardando le cose da un’altra prospettiva, si vede subito che questa indeterminatezza, che questo sdoppiamento, non sono solamente un problema, ma una opportunità straordinaria, assolutamente unica. L’uomo, infatti, è l’unica creatura realmente dotata di libertà. Le altre, anche le più intelligenti, sono libere in senso relativo e circoscritto: libere di fare ciò che è loro necessario e irrinunciabile. La libertà dell’uomo è molto più ampia; se non è assoluta, nondimeno si avvicina ad essa: lui solo, infatti, può fare, ma anche rinunciare fare, quel che gli è necessario per essere veramente se stesso. In altri termini, l’uomo può mancare il proprio essere per una libera scelta: nessuno lo obbliga, è lui a dover decidere; e, se sceglie di non realizzare ciò che gli è necessario, e quindi essenziale, continua tuttavia ad esistere, mentre ogni altra creatura andrebbe incontro alla rapida auto-distruzione. Un animale che rifiuti il cibo, ad esempio per la disperazione della cattività, va incontro alla morte; ma l’uomo può rifiutare di essere uomo, e tuttavia continuare a vivere. Sorge pertanto la domanda su cosa sia essenziale all’uomo, che lo fa essere uomo, e senza di cui diciamo che egli ha mancato il proprio scopo e non è riuscito a diventare quel che doveva diventare, cioè se stesso: ed escludiamo subito i bisogni materiali, i quali delimitano, invece, l’ambito delle necessità di ogni altra creatura. (Facciamo una eccezione per le creature le quali, a contatto con l’uomo, si sono umanizzate: ad esempio un cane che, per la tristezza di aver perso il suo padrone, si lascia morire sulla tomba di lui.) Restano i bisogni intellettuali e spirituali. Si fa presto a constatare che l’uomo può restare uomo pur rinunciando del tutto a coltivare e perseguire i primi: se pure non coltiva le facoltà razionali, egli può benissimo rimanere uomo, nel pieno senso della parola, almeno a determinate condizioni. Si arriva così, per esclusione, alla conclusione che sono i bisogni spirituali quelli ai quali l’uomo non può rinunciare, se vuol rimanere se stesso. Un uomo che rinunci al cibo e al sonno, finirà per morire, ma resterà uomo; e un uomo che rinunci a coltivare e sviluppare le proprie facoltà razionali, vivrà su un livello intellettuale modestissimo, elementare, ma non perderà la propria umanità. La perderà, invece, quell’uomo il quale rinunci a perseguire l’edificazione della propria spiritualità, e sia pure al livello più elementare. Non è necessario che tutti giungano alle vette, ma è indispensabile che tutti escano dal livello più basso, quello puramente animale e del tutto egoistico dell’esistenza. Un tale uomo, sarebbe sempre qualcosa di meno di un uomo; non sarebbe realmente se stesso: sarebbe una creatura mancata.

Ma che cosa significa, in pratica, coltivare e sviluppare le facoltà spirituali, il cui istinto naturale è parte essenziale della natura umana? Stiamo dicendo che esse non sono un di più; non sono un lusso; non sono un qualcosa che taluni uomini decidono di cercare, o di concedersi, dopo averne scoperto l’esistenza: stiamo dicendo che tutti gli uomini ne hanno una qualche nozione primitiva, originaria, e quindi naturale; e che seguire tale istinto è, appunto, una cosa naturale: se così non fosse, non sarebbe vero che la spiritualità dell’uomo lo caratterizza assolutamente, e che essa esiste come il termine e lo scopo della sua esistenza; ma si tratterebbe di un fattore derivato e secondario, quindi non essenziale, quindi non di un vero bisogno: e, in tal caso, l’uomo che decidesse di non percorrere quella via, non perderebbe nulla di se stesso, non abdicherebbe affatto alla propria umanità. Questo era un punto importante da mettere in chiaro: l’uomo è un essere spirituale e se non sceglie di esserlo sempre più, mutila il proprio essere e si condanna a restare qualcosa di meno di ciò che significa l’essere veramente uomo. Se l’animale non può sfuggire alla propria animalità, l’uomo non può eludere la propria spiritualità. O meglio, lo può fare, ma condannandosi a non essere più se stesso, bensì un essere ibrido, irrisolto, insignificante: una creatura a metà, una grande occasione sprecata.

E che cosa vuol dire, dunque, essere una creatura spirituale? Che cosa è essenziale all’uomo, che lo fa essere veramente tale, e non una occasione mancata? Rispondiamo: il bisogno di Dio; di tornare a Dio; di trovare la pace e la piena realizzazione in Dio. Per esprimerci come sant’Agostino: che l’uomo possa arrivare a conoscere Dio con la stessa intensità e con la stessa trasparenza con cui egli è conosciuto da Dio. Sempre per usare un linguaggio umano, e quindi imperfetto: perché l’uomo non avrà mai, almeno in questa vita terrena, quello sguardo assolutamente trasparente con cui Dio lo vede e lo conosce. Non importa; importa l’ardore del suo desiderio; importa la tensione dell’anima verso il suo fine. L’uomo è la creatura che si realizza pienamente solo in Dio; che trova la sua felicitò solo in Dio; che ama tutto ciò che ama, in quanto è un semplice riflesso dell’Amore assoluto e del Bene assoluto, che consistono unicamente in Dio. E qui torniamo al punto di partenza: l’uomo è libero di amare o non amare, e di amare oggetti completamente diversi fra loro; ma uno solo è l’oggetto di amore che soddisfa pienamente il suo bisogno essenziale, che è quello di realizzarsi compiutamente in quanto uomo: l’amore di Dio. L’uomo può anche non amare niente e nessuno, tranne se stesso: resterà come uno specchio che non mostra l’immagine del mondo, ma solo di lui stesso. Può anche non amare niente e nemmeno se stesso: sarà come una luce spenta, come una stanza buia, come una tomba vivente. Può amare le cose basse e volgari, e può amare malamente, cioè in maniera avida e distruttiva, superficiale e inconsapevole: sarà come un vaso bucato che si ostina a travasare dell’acqua, ma la perde tutta prima d’averla versata. Può, inoltre – e questa è la possibilità peggiore, la più tenebrosa – scegliere di amare il male, per il gusto e il piacere del male: diverrà simile a un demone, per la rovina propria ed altrui. Tutte queste sono possibilità negative o insoddisfacenti; nessuna di essere risponde al requisito fondamentale: realizzare ciò che è essenziale alla natura dell’uomo. Nessuna di esse va nella direzione della sua spiritualità, ossia della sua elevazione. La spiritualità è la tendenza dell’uomo, il bisogno dell’uomo, l’istinto dell’uomo, a innalzarsi, in senso morale e in senso teologico, al di sopra di ciò che egli è, del livello che attualmente occupa. Ossia, nella sua natura ci sono un essere e un dover essere: il primo corrisponde a ciò che naturalmente è, il secondo a ciò che naturalmente desidera di essere. Non importa se egli sia, o meno, consapevole di avere in sé tale desiderio; il desiderio è ben consapevole di se stesso: e, prima o dopo, si farà sentire. A quel punto, l’uomo sceglierà se ascoltarlo, dargli retta, oppure se ignorarlo e fare finta di niente.

Tutto nasce da una semplice constatazione: l’uomo desidera essere felice. È nella sua natura. La felicità, dunque, deve esistere, e sia pure allo stato di tensione verso qualcosa d’ignoto: un desiderio presuppone il proprio appagamento, e sia pure (poniamo) in maniera imperfetta, ad esempio immaginando che il desiderio faccia parte di un sogno: in questo caso, il sogno della vita; ipotesi audace, ma non nuova alla filosofia. Tralasciamo tuttavia, in questa sede, di occuparci della possibilità che il desiderio fondamentale dell’uomo faccia pare di una realtà in se stessa effimera e illusoria; ne abbiamo parlato in parecchie altre occasioni: concentriamoci, adesso, nella direzione del realismo. L’uomo conosce la sete, dunque l’acqua esiste; l’uomo cerca naturalmente la felicità, dunque la felicità esiste. Noi affermiamo che la felicità, per l’uomo, è trovare a Dio, amare Lui, lodare Lui, vivere per Lui. Di conseguenza, la sua infelicità consiste nell’essere lontano da Dio. Ora, noi vediamo che la civiltà moderna è caratterizzata da un progetto, sempre più radicale e intransigente, di rifiuto di Dio e di allontanamento da Lui: e constatiamo, anche sul piano empirico, quanto sia infelice l’uomo moderno, di una infelicità sempre crescente, quanto più egli si addentra nei sentieri tortuosi della modernità. La modernità è, in ultima analisi, l’auto-divinizzazione dell’uomo; e, per conseguenza, è il tentativo, consapevole e tenace, di eliminare Dio dall’orizzonte dell’uomo, e, per quanto possibile, di cancellarne, non che il bisogno, anche il ricordo. Ma questo è impossibile, perché i bisogni naturali non si "eliminano", né si cancellano: o li si soddisfa, oppure essi tornano e tornano, chiedendo a voce sempre più alta di essere soddisfatti. Naturalmente, se non vengono soddisfatti nella maniera giusta, verranno soddisfatti in quella sbagliata: cacciati dalla porta, rientreranno dalla finestra. E così, al posto del vero Dio, abbiamo una quantità di falsi dei, i quali, in scala discendente, spingono l’uomo, che li adora, a scendere sempre più in basso rispetto a ciò che egli deve essere, alla creatura spirituale che è chiamato ad essere. L’uomo somiglia al suo dio: se il suo dio è il piacere grossolano, l’uomo diverrà simile a un maiale che grufola e sguazza nel fango, alla ricerca di ghiande. Passerà accanto alle perle e alle gemme, ma non le degnerà di uno sguardo: le pietre preziose non sono ghiande, non sono cibo per maiali, quindi all’uomo-maiale non interessano né punto, né poco.

Il compito dell’uomo, la sua vocazione, lo scopo della sua esistenza, è imparare a riconoscere la differenza che passa fra una ghianda e una pietra preziosa. A questo è chiamato, per questo viene concepito, per questo gli sono dati dei giorni, dei mesi, degli anni a disposizione: per imparare che la ghianda è un cibo da maiali, la pietra preziosa è un ornamento raffinato e pieno di bellezza. La vocazione dell’uomo è quella di realizzarsi; per farlo, egli deve dare soddisfazione al suo bisogno più profondo: e il suo bisogni più profondo è Dio. Di quello solo egli ha realmente bisogno; di tutto il resto, crede d’aver bisogno. A ogni essere umano è stata data la capacità di arrivare a capire, magari dopo molti tentativi e molti anni sprecati, che nutrirsi di ghiande non è cosa degna di lui; che a un altro cibo e ad un ben più alto destino è indirizzata la sua natura. Contrariamente a quel che pensano i materialisti atei, è proprio la natura dell’uomo quella che lo spinge a cercare Dio, perché solo in Dio egli si completa, si realizza e soddisfa la propria essenza: e tutte le creature mirano alla propria realizzazione. La felicità consiste nel realizzare pienamente la propria essenza. L’essenza dell’uomo è spirituale, anche se avvolta in un corpo fisico. Per lo stesso motivo, anche la ragione naturale indirizza l’uomo verso Dio: essa sa di cosa ha bisogno, e sono altri fattori — l’indolenza, la superbia, l’avidità e la lussuria — che lo trattengono e lo sviano. Libero da essi, l’uomo tende a Dio…

Fonte dell'immagine in evidenza: Foto di Chad Greiter su Unsplash

Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
Nato a Udine nel 1956, laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Attualmente collabora con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi.
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