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14 Luglio 2017Nella lettera apostolica Misericordia et misera, pubblicata a conclusione del Giubileo straordinario della Misericordia, il 21 novembre 2016, papa Francesco esprime le sue convinzioni a proposito dei confessori e del sacramento della Confessione (nn. 10-11):
Ai sacerdoti rinnovo l’invito a prepararsi con grande cura al ministero della Confessione, che è una vera missione sacerdotale. Vi ringrazio sentitamente per il vostro sevizio e vi chiedo di essere accoglienti con tutti: TESTIMONI della tenerezza paterna nonostante la gravità del peccato; SOLLECITI nell’aiutare a riflettere sul male commesso; CHIARI nel presentare i principi morali; DISPONIBILI ad accompagnare i fedeli nel percorso penitenziale, mantenendo il loro passo con pazienza; LUNGIMIRANTI nel discernimento di ogni singolo caso; GENEROSI nel dispensare il perdono di Dio. Come Gesù davanti alla donna adultera scelse di rimanere in silenzio per salvarla dalla condanna a morte, così anche il sacerdote nel confessionale sia magnanimo di cuore, sapendo che ogni penitente lo richiama alla sua stessa condizione personale: peccatore, ma ministro di misericordia.
Vorrei che tutti quanti meditassimo le parole dell’Apostolo [Paolo, scritte verso la fine della sua vita, quando a Timoteo confessa di essere stato il primo dei peccatori, "ma appunto per questo ho ottenuto misericordia" (1 Tim. 1, 16). Le sue parole hanno una forza prorompente per provocare anche noi a riflettere sulla nostra esistenza e per vedere all’opera la misericordia di Dio nel cambiare, convertire e trasformare il nostro cuore: "Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia (1 Tim., 1, 12-13).
Ricordiamo con sempre rinnovata passione pastorale, pertanto, le parole dell’Apostolo: "Di ci ha riconciliati a sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione" (2 Cor., 5, 18). Noi per primi siamo stati perdonati in vista di questo ministero; resi testimoni in prima persona dell’universalità del perdono. Non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da lui riconoscendo di avere sbagliato, ma deciso a ricominciare da capo. Fermarsi soltanto alla legge equivale a vanificare la fede e la misericordia divina. C’è un valore propedeutico nella legge (cfr. Gal., 3, 24) che ha come fine la carità (cfr. 1 Tim., 1, 5). Tuttavia, il cristiano è chiamato a vivere la novità del Vangelo, "la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù" (Rm., 8, 2). Anche nei casi più complessi, dove si è tentati di far prevalere una giustizia che deriva solo dalle norme, si deve credere nella forza che scaturisce dalla grazia divina.
Noi confessori abbiamo esperienza di tante conversioni che si manifestano sotto i nostri occhi. Sentiamo, quindi, la responsabilità di gesti e parole che possano giungere nel profondo del cuore del penitente, perché scopra la vicinanza e la tenerezza del Padre che perdona. Non vanifichiamo questi momenti con comportamenti che possano contraddire l’esperienza della misericordia che viene ricercata. Aiutiamo, piuttosto, a illuminare lo spazio della coscienza personale con l’amore infinito di Dio (cfr. 1 Gv. 3, 20). Il sacramento della riconciliazione ha bisogno di ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana; per questo richiede sacerdoti che mettano la loro vita a servizio del "ministero della riconciliazione" (2 Cor., 5, 18) in modo tale che, mentre a nessuno sinceramente pentito è impedito di accedere all’amore del Padre che attende il suo ritorno, a tutti è offerta la possibilità di sperimentare la forza liberatrice del perdono.
La cosa straordinaria in questa pagina che dovrebbe essere parte del Magistero ecclesiastico e che è incentrata sul sacramento della Confessione, è la capacità, veramente abilissima, sconcertante, di evitare, schivare e ignorare il più possibile la parola "peccato", che viene adoperata una volta sola e quasi di sfuggita, senza trarne le debite conseguenze sul piano dottrinale e morale; ma senza la quale non si capisce davvero di che cosa si stia parlando e di quale mai realtà soprannaturale si stia ragionando. Si parla del figlio che torna dal padre "riconoscendo di aver sbagliato", ma questa è una falsificazione del Vangelo; perché il Vangelo (Luca, 15, 21) dice a chiare lettere: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di Te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Sbagliare è una cosa, peccare è un’altra cosa: e ciò lo sapeva anche un bambino, ai tempi del buon Catechismo di san Pio X; adesso, a quanto pare, non lo sa neppure il papa. Lo sbaglio è un errore umano, che resta nella sfera umana, e che ha solamente conseguenze umane, per quanto gravi possano essere; il peccato investe la sfera della vita soprannaturale, cioè la relazione dell’uomo con Dio, la ferisce, la rompe, la profana, e ha conseguenze gravissime, incalcolabili, sul piano della salvezza eterna. E non solo si tace sul concetto del peccato; si tace anche sulla tentazione, sul diavolo, e, di conseguenza, sull’inferno. In ultima analisi, silenzio assordante sulla vita eterna.
Domandiamo: come è possibile trattare la Confessione senza far cenno né alla tentazione, né al peccato, né al diavolo, né all’inferno, né alla grazia, né al giudizio, né alla vita eterna? Evidentemente, lo si può fare solo riducendo la confessione ad una faccenda tutta umana, dove l’uomo confessore e l’uomo che ha sbagliato (non si dice: che ha peccato contro il Cielo e contro il Padre, anche se Gesù lo ha fatto: tipico esempio di una teologia "antropologica" che, volendo eccedere in generosità e misericordia, finisce per ritenere i nuovi preti e i nuovi indirizzi migliori del Vangelo stesso) si trovano faccia a faccia, in una dimensione di "tenerezza" e di "misericordia" puramente umane, che è una parodia della vera relazione che deve esistere fra il confessore, che, in quel momento, è Cristo stesso, e il penitente, che, se non è pienamente e sinceramente contrito, forse non dovrebbe entrare nel confessionale, ma sedersi sul lettino dello psicanalista, perché non ha capito che il peccato non è soltanto un "errore", ma una offesa fatta a Dio, un rifiuto del suo Amore e una orgogliosa affermazione di sé, che passa anche attraverso il male fatto ai propri simili. Il ladro, per esempio, o lo spacciatore, o l’assassino, fanno del male al prossimo, ma, prima di tutto, offendono Dio, perché agiscono in maniera tale da vanificare il suo immenso Amore e il Sacrificio che Cristo ha fatto di Sé, sulla croce, per la nostra salvezza. Questo è il peccato, e non altro; e parlarne come di una relazione fra due uomini, in cui il confessore deve sempre e solo perdonare, quasi che potesse fare il generoso con ciò che appartiene a Dio, e a Dio solo, significa essere fuori dalla dottrina cattolica: dove, non sapremmo dire; ma, sicuramente, da tutt’altra parte che nel Vangelo e nella Chiesa cattolica. Se si riduce il peccato alle proporzioni di un semplice "sbaglio", non si capisce più per quale ragione la Confessione sia un Sacramento, cioè un intervento diretto di Dio; non si capisce cosa abbia a che fare con la vita eterna; non si capisce nemmeno perché Gesù Cristo si sia incarnato e sia morto sulla croce, visto che, in ogni caso, c’è la misericordia del Padre, pronta per sanare ogni problema.
Ma procediamo per ordine. Bergoglio incomincia invitando i sacerdoti a prepararsi con cura al ministero della Confessione; poi fa l’elenco dei requisiti che essi devono possedere, senza richiamarsi ai sette doni dello Spirito Santo, anzi, senza nominare affatto lo Spirito Santo e senza nominare neppure la Fede, la Speranza e la Carità. Tali requisiti, secondo lui, devono essere: la testimonianza della tenerezza paterna (ma che vuol dire?, si può testimoniare qualcosa che non è in noi, che non appartiene a noi, ma un Altro?), la sollecitudine nell’aiutare a riflettere sul male commesso (credevamo che questo fosse il compito di psicologi e psicanalisti), la chiarezza nel presentare i principi morali, la lungimiranza nel discernere ogni singolo caso (perché, fino ad ora il confessore era uno che giudicava all’ingrosso?), infine – e la generosità nel somministrare il perdono di Dio. Quest’ultima è la più sconcertante delle presunte qualità del buon confessore: la generosità nel concedere l’assoluzione. Ma il confessore può essere "generoso" con il giudizio di Dio? Il confessore non è forse un alter Christus, un altro Cristo? E allora, ciò significa che è autorizzato a fare sconti ai peccatori, come il venditore che fa i saldi di fine stagione per venire incontro il più possibile alla clientela? Questo elenco di virtù, snocciolate senza mai un riferimento alla dimensione soprannaturale, senza mai parlare del fatto che il sacerdote deve rivolgersi Dio per essere illuminato in ogni atto del suo ministero, e in Lui cerare e trovare le risposte, somiglia più al ritratto del maggiordomo ideale, o del perfetto cameriere, o, tutt’al più, del terapeuta che fa coi suoi pazienti delle sedute di auto-consapevolezza. Non vi è nulla di specificamente e autenticamente cristiano e cattolico, in tutto questo. La misericordia del Padre, l’abbraccio del Padre al figlio pentito? Andiamoci piano. Innanzitutto, il papa non è Dio, ma solo il continuatore dell’opera di san Pietro. Ma Bergoglio si spinge a dire che il confessore deve essere "magnanimo", così come lo è stato Gesù Cristo con l’adultera, ricordando che anche lui, il sacerdote, è un peccatore, e, in quanto tale, bisognoso della misericordia divina. Questa è un’autentica perfidia: significa far leva sul senso di colpa e d’inadeguatezza umana e cristiana del sacerdote, per indurlo alla "magnanimità" coi penitenti; sulla salvezza eterna delle loro anime, neanche una parola. Quando Gesù disse a quanti volevano lapidare la donna adultera: Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra, non si rivolgeva ai suoi Apostoli, ma a quei pessimi scribi e farisei ipocriti, i quali, con infernale malizia, volevano trascinarlo nel trabocchetto e avere un pretesto per metterlo sotto accusa come violatore della legge di Mosè. Il sacerdote, nel confessionale, non ha niente a che fare con quei serpenti velenosi: egli è il continuatore dell’opera degli Apostoli; e, agli Apostoli, Gesù disse che non solo potevano, ma dovevano giudicare i peccatori (Giovanni, 20, 23): A chi rimetterete i peccati, saranno rimessi; e a chi non li rimetterete, non saranno rimessi.
La lettera apostolica Misericordia et misera tira in ballo, come esempio classico di sacerdote non giudicante, san Paolo, citando il passo della Prima lettera a Timoteo in cui confessa di essere stato un bestemmiatore e un persecutore dei cristiani, e tuttavia di aver trovato la misericordia di Cristo. Ma il senso delle parole di san Paolo è molto diverso da quello che gli viene attribuito da Bergoglio: lo si capisce leggendo tutto il passo, e non solo un estratto scelto ad arte. Eccolo (1, 12-14): Rendo grazie a Colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l’innanzi ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede; così la grazia del Signore ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Dunque, san Paolo era un peccatore allorché, lontano dalla fede, agiva senza sapere quel che faceva; ma il cristiano sa bene ciò che Dio vuole da noi, sa quale è il bene e quale è il male, e quindi si trova in una situazione completamente diversa da quella di san Paolo prima della sua conversione. Il cristiano che va contro Dio, ferisce la relazione d’amore con Lui sapendo perfettamente quello che fa; e se il confessore, per un eccesso di (falsa) misericordia, ignorasse un tale presupposto, metterebbe su di un piano equivoco tutta la sua azione ministeriale, regolandosi come quei cattivi avvocati che invocano sempre e comunque l’infermità mentale per i loro assistiti, per quanto orribili siano stati i reati da loro commessi. Ma che Bergoglio sia incline a vedere le cose in tal modo, lo si è capito da molte sue parole e azioni: per esempio, dal tipo di discorso che ha fatto ai carcerati di San Vittore, a Milano, nel quale ha dato l’impressione che quelle persone fossero finite in quel luogo per un caso sfortunato, per un accidente del destino, e non perché si sono macchiate di delitti e perché devono espiarli, arrivando a comprendere il male commesso contro i loro simili e contro la società. E del resto, sulla Confessione, ha detto pure che essa è valida anche nel caso che il penitente taccia per vergogna i suoi peccati. Ma se si vuol sapere quel che pensava realmente san Paolo del peccato e del peccatore, nonché dei doveri del sacerdote verso di lui, bisogna rileggersi e meditare quel che dice nella Prima lettera ai Corinzi (5, 5) parlando di un incestuoso che viveva con la madre di suo padre, e che frequentava, fra lo scandalo generale e come se nulla fosse, la chiesa di Corinto: Questo individuo sia dato in balia di satana per la rovina della sua carne, affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore. In altre parole, un sacerdote che assolve il peccatore in assenza di segni adeguati del suo pentimento, si macchia d’una colpa tremenda verso di lui e verso se stesso, per la quale sarà severamente giudicato da Dio, che è, sì, misericordioso, ma non si lascia prendere in giro dall’astuzia degli uomini. E quanto alla sua tenerezza, tanto decantata in questo documento, essa non esclude che Dio possa e debba mostrarsi anche giudice severo – altrimenti non sarebbe suprema Giustizia -, capace di dire (Matteo, 25, 41): Andate via da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli.
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