
Forse tutto è cominciato l’11 ottobre 1962, con la deplorazione dei profeti di sventura…
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14 Aprile 2016Jeanne Cordova (1948-2016) è stata una delle figure più rappresentative, specie nella sua fase pionieristica, del movimento omosessuale americano e della crociata delle donne lesbiche per la loro "liberazione". Nella sua intera vita e nella sua frenetica attività per la conquista dei "diritti" si incrociano le tre componenti ideologiche più tipiche di una certa sinistra progressista statunitense: l’omosessualismo, il femminismo e l’impegno politico militante nelle frange estreme del Partito democratico. Non tutti sanno, però, che a diciotto anni, prima di aderire al movimento lesbico delle Figlie di Bilitis, Jeanne Cordova era entrata come novizia in un convento di suore del Cuore Immacolato di Maria, a Los Angeles, e che vi rimase per circa due anni, prima di convertirsi definitivamente alla sua "vocazione" di paladina e portavoce dei diritti delle persone omosessuali, e specialmente delle donne lesbiche.
È certo che la sua esperienza religiosa come suora cattolica avvenne nel luogo geografico e nel momento storico meno propizi che sia dato immaginare. La California degli ani ’60 era attraversata da un vento di contestazione e di libertinismo senza precedenti: ricordiamo che il Maggio parigino del 1968 fu preceduto, e di ben quattro anni, dai moti dell’Università di Berkeley, guidati dal Free Speech Movement; di lì a poco il cinema di Hollywood avrebbe offerto al mondo, per il godimento di tutti i giovani sessantottini, due film-cult sulla contestazione, Il laureato, del 1967, diretto da Mike Nichols, e Fragole e sangue del 1970, diretto da Stuart Hagman. Due film abbastanza stupidi, e abbastanza furbeschi, da catturare una immensa popolarità fra il pubblico: l’immagine di Dustin Hoffmann che ripudia la sua classe di origine, la buona borghesia americana, insieme ai suoi genitori e alla sua stagionata amante, in nome della libertà e dell’autenticità, scorrazzando per le strade californiane con la sua costosissima Alfa Romeo Duetto, unisce in sé, apparentemente senza problemi, né contraddizioni, due simboli di quella generazione pseudo rivoluzionaria: il disprezzo per il benessere della middle-class e la non tanto segreta attrazione per i vantaggi pratici che essa offre comunque ai bravi figli di papà in vena di giocare agli Indiani.
Ora, non c’è dubbio che la decisione di entrare in convento nel 1966, e quella di uscirne precipitosamente nel 1968, per poi passare direttamente alle lesbiche Figlie di Bilitis e alle delizie dell’amore omosessuale, abbiano molto a che fare, nel caso di Jeanne Cordova, con la "scoperta" delle proprie tendenze lesbiche; e che, inoltre, si siano intrecciate, in maniera infelice, con una serie di circostanze storiche ben precise, che avrebbero concorso a provocare una crisi spirituale anche in persone non afflitte da tensioni e conflitti psicologici di natura così intima, come lo era lei.
Tuttavia, è altrettanto certo che nella decisione di lasciare il convento, per imboccare la via delle "rivoluzione" femminista e omosessuale, da parte di questa ragazza dai marcatissimi tratti mascolini, ha pesato anche un altro fattore, che, senza dubbio, deve aver pesato parecchio pure nel caso di tanti altri uomini e donne, chiamati alla vocazione sacerdotale o, comunque, all’ideale della vita cristiana, magari come padri o madri di famiglia: il senso di disorientamento, di suprema confusione, di sbandamento vero e proprio, che provocò nei conventi, nelle chiese, nelle parrocchie di mezzo mondo la "rivoluzione" intrapresa dalla Chiesa stessa, anzi, dai vertici della Chiesa stessa, mediante il fatto del Concilio Vaticano II. E chi ha conosciuto i conventi in quegli anni, sa bene di che cosa stiamo parlando: di una fuga generale e impressionante, quasi dall’oggi al domani, di una intera generazione di seminaristi, rimasti come truppe abbandonate a se stesse dopo che gli ufficiali, per primi, e specialmente i membri dello Stato Maggiore generale, avevamo dichiarato che tutto quanto detto e creduto fino a quel momento, andava rivisto da cima a fondo; che molte verità, presentate come perenni, dovevano essere archiviate e sostituite da altre, molto più duttili ed elastiche; e che era venuto il momento in cui bisognava riscoprire il "vero" significato del cristianesimo e della Chiesa stessa, sgombrandolo da lunghi anni, e secoli, d’incomprensioni, equivoci, interpretazioni forzate e unilaterali della Scrittura e della Tradizione.
Nel caso di Jeanne Cordova, è lei stessa a rivelarci quanto ha pesato, nel suo disincanto del cattolicesimo e nella decisione di uscire dal convento, il clima d’improvvisa frenesia, di liberalizzazione all’ingrosso, di sovvertimento radicale delle certezze religiose da parte della stessa gerarchia cattolica; vale dunque la pena di riportare la sua personale testimonianza, tanto più credibile e significativa, in quanto non proviene da una persona che abbia il minimo interesse a porre in cattiva luce le novità introdotte dal Concilio Vaticano II, avendo comunque maturato tutt’altra prospettiva di vita e tutt’altri interessi esistenziali (citato nel volume: Dentro il convento. 50 monache confessano la loro sessualità, a cura di Nancy Manahan e Rosemary Curb; titolo originale: Lesbian Nuns: Breaking Silence, 1985; tradizione dall’americano di Silvia Kramar, Milano, Tullio Pironti Editore, 1986, pp. 3, 9):
Devo rimanere o dovrei andarmene? Mi avevano promesso abiti monastici, una splendida liturgia in latino, tre voti sacri, la pace santificata di una cella, la fratellanza di una grande famiglia. Invece io ero entrata nel convento lo stesso anno in cui Giovanni XXIII lo stava trasformando: era il 1966 [qui la memoria dell’Autrice si è sbagliata: papa Giovanni è morto nel 1963 e il Concilio si è concluso nel 1965].
I padri della Chiesa romana cattolica ed apostolica erano seduti al Concilio Vaticano per distruggere, in nome della modernità, tutti i miei sogni. Rimanda la liturgia in latino. Sbarazzati degli abiti. Maledici l’obbedienza sacra. Libera preti e monache dai conventi, mandali nelle strade. Se veramente avessi voluto quel mondo ci sarei rimasta! […]
Vivevo un momento di tristezza quando incontrai sorella Anne Marie, una novizia che suonava la chitarra e cantava come un angelo. Mi insegnò a suonare una canzone che s’intitolava "Puff, il Dragone Magico", che mi misi a strimpellare in continuazione per non sentirne la mancanza, e perché lei non aveva avuto il tempo di insegnarmene un’altra. Non chiedetemi come potei innamorarmi in venti minuti: mi capitò, ecco tutto. I perdetti dietro gli occhi blu di sorella Louise. Dopo tre settimane la cacciarono dal convento. Tutti mi lasciavano, e non avevo nessuno con cui parlare, soltanto Gesù e Maria.
Nel bel mezzo di questi scoppi di passione della mia giovane sessualità, il Concilio Vaticano decise tutt’a un tratto di cambiare il mio destino. Tutto il mondo cattolico ben presto avrebbe sentito parlare di quella forsennata di sorella Corita e del Cuore Immacolato, monache pazze californiane che si erano spinte troppo lontano [allusione a Corita Kent, 1918-1986, anche lei suora del Cuore Immacolato di Maria, a Los Angeles, poi uscita dal convento, molto nota come insegnante e come artista, specializzata in opere di serigrafia, nel movimento della Pop art, di cui oggi è riconosciuta come una figura di spicco].
Mi ritrovai nel mezzo di un uragano: andavo a seguire le lezioni di teologia come una brava postulante, mentre la Chiesa cattolica decideva di saltare a pie’ pari nel ventesimo secolo. Smisi di pregare in latino. Si diceva che presto non avremmo più indossato gli abiti; preti famosi che si chiamavano Berrigan, Elliot, Duran e altri personaggi tennero dibattiti e vennero a cena da noi. Le mie insegnanti cominciarono a riscrivere i sacramenti, quelli che io avevo imparato a memoria fin da bambina. Ci permisero di mangiare la carne al venerdì, ci dissero che improvvisamente i non cattolici erano gente per bene come i cattolici. Ci fu vietato di cantare i salmi gregoriani. Qualcuno sentenziò che in tutta probabilità, prima del giorno in cui avremmo dovuto prendere i voti, molte altre cose sarebbero state trasformate.
Gli anni ’60 avevano fatto breccia nei conventi. Tutto cambiava e io me ne stavo in disparte con la chitarra e le note di una nuova canzone: "Hello darkness, my old friend". E quando la tristezza diventò un male fisico, ci chiamarono nell’ufficio della madre superiora, il primo gennaio del 1967, dicendo che presto ci avrebbero mandato a vivere nei conventi di Los Angeles, nel vero mondo, e che avremmo potuto iscriverci all’università del Cuore Immacolato.
Dunque, oltre alle ragioni soggettive che spinsero l’Autrice, e, senza dubbio, anche altre persone come lei, a lasciare il convento e la vita religiosa (e si noti che la pulsione omosessuale, di per sé, non è motivo sufficiente per distruggere una vocazione autentica: perché è evidente che anche le persone eterosessuali devono fare i conti con le loro pulsioni, e vincerle, sublimandole, per potersi rivolgere interamente all’amore di Dio e del prossimo), ve ne furono altre, sia per lei, sia per chissà quante persone, che vennero dall’esterno: ma non dall’esterno della Chiesa cattolica, bensì dalla Chiesa stessa, e particolarmente dai superiori, oltre che dall’esempio stesso che veniva portato dagli echi del Concilio Vaticano II.
Quando, ad esempio, la ex suora afferma che i padri della Chiesa romana cattolica ed apostolica erano seduti al Concilio Vaticano per distruggere, in nome della modernità, tutti i miei sogni, dice una cosa estremamente forte, che dovrebbe far riflettere quanti si ostinano a magnificare il Concilio Vaticano II come una luminosa stagione di rinnovamento e di riscoperta della "vera" fede cattolica; così pure, quando ricorda che le (sue) insegnanti cominciarono a riscrivere i sacramenti, quelli che lei avevo imparato a memoria fin da bambina, dice un’altra cosa molto forte e, in un certo senso, terribile. Dice che furono i "quadri" della Chiesa cattolica a procedere, da un giorno all’altro, ad una chiassosa ed incosciente auto-demolizione, traumatizzando le novizie che avevano fermamente creduto in tutte quelle cose che ora, di colpo, divenivano bersaglio di critiche spietate, o che venivano abbandonate. Ad esempio: con quale diritto le sue superiore si premisero di proibire (neanche di sconsigliare, e già sarebbe stato un abuso inconcepibile) i canti gregoriani? O di cambiare anche solo una virgola della teologia sacramentale?
Senza dubbio, e anche il brano sopra citato lo conferma, la Chiesa cattolica, specialmente in un Paese come gli Stati Uniti, ove i meccanismi della modernità stavano giungendo all’acme, attraversava un periodo difficile: era messa alla prova. Le tendenze edoniste e materialiste; l’erotizzazione esasperata, propagandata dal cinema e dalla televisione; il permissivismo sfrenato instauratosi in molte famiglie e anche nelle scuole, andavano nella direzione opposta all’etica cristiana, e tanto più allo stile di vita delle persone consacrate. Non era, peraltro, una novità storica assolutamente inedita: anche nella tarda romanità si era vissuto un contrasto altrettanto stridente fra la lussuria e il disordine morale del paganesimo morente, e il modello sobrio, severo, talvolta ascetico, proposto ed incarnato dalle comunità cristiane. In quel caso, però, fu la spiritualità cristiana ad avere il sopravvento sul libertinismo grossolano dei Romani della decadenza, perché essa aveva dalla sua la forza espansiva di una religione in piena crescita, la carica e l’entusiasmo di un popolo di credenti che avevano sfidato vittoriosamente anche la crudeltà sanguinosa delle persecuzioni imperiali.
Negli anni attorno al Concilio i capi della Chiesa cattolica, i teologi, e molti vescovi e sacerdoti (non tutti) non avevano più quella fiducia in se stessi, non si sentivano in grado di sfidare il modello di vita consumista, l’american way of life, impastato di materialismo, permissivismo e relativismo etico; preferirono giocare d’anticipo e andare incontro alle nuove tendenze, con l’aria di usare la misericordia invece che la severità (come disse testualmente Giovanni XXIII nel discorso d’apertura del Concilio stesso), mentre stavano solo tentando di mascherare la loro sfiducia in se stessi e la loro intrinseca debolezza. Molti preti si misero a blaterare di novità, di cambiamenti, d’innovazioni, seminando confusione e smarrimento nei conventi, nei seminari, nelle facoltà teologiche. Diedero scandalo alle anime semplici, ai giovani in buona fede, a quanti avevano preso la vita consacrata con tutta la debita serietà: li disgustarono e li spinsero ad allontanarsi.
Fu, in ogni caso, un calcolo totalmente sbagliato. La Chiesa non recuperò la presa sulla società civile; non ritrovò l’autorevolezza e la credibilità di un tempo. Il vecchio stile preconciliare aveva avuto degli avversari, ma si era fatto stimare per la coerenza con cui era vissuto da tanta parte del clero. I nuovi preti e le nuove suore, armati di chitarra e di musica pop, destavano solo tristezza…
Fonte dell'immagine in evidenza: Photo by Tim Mossholder from Pexels