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Un prete tradizionalista e «complottista» molto, ma molto scomodo: Luigi Cozzi

Alla figura strana e inquietante di don Luigi Cozzi abbiamo già avuto occasione di accennare nel corso del nostro precedente articolo «Paolo VI era massone?» (consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice).

Desideriamo ora tornarvi sopra, cercando di inquadrare il significato della sua opera non tanto nel contesto della cultura antisemita contemporanea, come oggi – assai sbrigativamente – si tende a fare, ma in quello di certi settori della Chiesa friulana, ricca di fermenti e protesa verso finalità che talvolta sembrano anticipare, talaltra paiono retrocedere, rispetto alle tendenze della società odierna: sempre, comunque, rivelando malesseri profondi e intuizioni notevoli, degne di essere esaminate con la massima obiettività.

Nell’articolo «Il decollo dell’economia friulana: un compromesso riuscito fra tradizione e modernizzazione?» (sempre su Arianna), avevamo messo in evidenza il profondo radicamento della Chiesa cattolica nella terra friulana, frutto di processi storici secolari, che apparentano il clero di quella regione piuttosto a quello austriaco e sloveno, che non a quello di altre regioni d’Italia. In Friuli, infatti, la figura del prete, e specialmente quella del parroco di campagna, è una presenza significativa e influente, non nel senso dei privilegi o del potere, ma in quanto è percepita come genuina espressione della società in cui vive e nella quale si muove, senza alcun genere di distacco o di superbia intellettuale. Una figura di uomo, innanzitutto, che non disdegna affatto di entrare nell’osteria per bere qualche generoso «tajut» (bicchiere di vino), chiacchierando familiarmente con persone importanti e con persone modeste, senza distinzione.

In Friuli – terra profondamente religiosa, anche perché legata, fino agli anni Sessanta del Novecento, ad una struttura socio-economica prevalentemente rurale – il «plevan» non è solo un referente importante della vita sociale, ma, spesso, anche una figura particolare di intellettuale (Gramsci avrebbe detto «organico»), abbastanza colto da poter giudicare la realtà da un punto di vista ampio, «europeo», e, al tempo stesso, abbastanza «democratico» da individuare il proprio interlocutore principale nel popolo dei fedeli, specialmente nella gente semplice, compresi i bambini e i ragazzi.

Abbiamo già visto il caso di don Antonio Bellina, che ha scritto quarantasette libri in lingua friulana, molti dei quali per un pubblico giovanile (tra essi, ad esempio, le favole di Fedro e di Esopo e le avventure di Pinocchio): ammirevole fedeltà alla lingua materna – l’amatissima «mari lenghe» – ed al mondo dei «piccoli»; mentre avrebbe potuto ambire, per la vastità dei suoi interessi e l’ampiezza del suo orizzonte, a un posto non disprezzabile nell’ambito della cultura «italiana», certo non inferiore, crediamo, a quello di scrittori come Carlo Sgorlon o Alcide Paolini (cfr. il nostro recente articolo: «Una pagina al giorno: "Pre Celest", di Antonio Bellina», ancora su Arianna Editrice).

Altri sacerdoti che si sono segnalati nel campo della cultura sono stati il poeta Giuseppe Ellero, di Tricesimo (1866-1925); il poeta e saggista David Maria Turoldo, di Coderno (1916-1992); e il saggista Giuseppe Marchetti, di Gemona (1902-1966), innamorato della friulanità e autore di opere pregevoli, tra cui una importante raccolta di biografie di personaggi storici della «piciule Patrie», intitolata: «Il Friuli, uomini e tempi» (Udine, Del Bianco Editore, prima edizione 1945, più volte aggiornata e ripubblicata).

Potremmo fare, volendo, parecchi altri nomi; ad esempio, quello di Francesco Placereani, detto pre Checo Placerean, di Montenars (1920-1986), saggista e animatore culturale, che fu uno dei fondatori del partito politico Movimento Friuli, nel 1966, pioniere di tante altre formazioni analoghe in varie parti d’Italia. Anch’egli è stato una figura di prete intelligente, generoso, legato alla sua terra e alla sua gente; poco amato dalla gerarchia ecclesiastica ma, in compenso, ben compreso e apprezzato dai propri parrocchiani, e del quale ci proponiamo di approfondire la figura in una apposita sede.

Insomma, il Friuli è una terra in cui il singolo sacerdote, più che la Chiesa come istituzione gerarchica, possiede una connotazione particolarmente intensa, essendo l’unica figura di intellettuale che abbia saputo ricucire lo strappo, tipico di tutta la società italiana, fra cultura «alta» e cultura «bassa»; cosa che in altri Paesi, ad esempio in Francia, è avvenuta per opera di una classe di intellettuali laici, specialmente scrittori, saggisti e divulgatori scientifici, che non hanno disdegnato di rivolgersi ad un pubblico popolare, con l’intento di innalzarne il livello culturale, ma senza sussiego e senza paternalismi.

Forse, in Friuli, il fenomeno ha avuto a che fare con il ritardo dell’istituzione di una sede universitaria locale: fino agli anni Settanta, gli studenti friulani dovevano emigrare in massa verso Trieste, Venezia, Padova e Bologna. O forse ha avuto a che fare con il tradizionale distacco fra popolo e borghesia, che solo dopo la seconda guerra mondiale è stato colmato da un nuovo ceto borghese dinamico, laborioso, «moderno» (nel senso positivo del termine); tanto è vero che, negli ultimi anni, il ruolo dei sacerdoti come mediatori di cultura e di valori spirituali si è progressivamente ridotto, e non solo, crediamo, per la generale trasformazione sociale e culturale legata all’avvento della società post-industriale, ma anche alla comparsa di una piccola e media borghesia che, come nuova classe dirigente, ha saputo ereditare gran parte del ruolo prima svolto in larga misura dal clero.

Inoltre, quando si considera il fenomeno dell’egemonia culturale esercitata, in certe regioni «periferiche», come appunto il Friuli, dal clero cattolico, non bisognerebbe dimenticare che quella che da Roma o da Milano appare come «periferia», dal punti di vista locale è, al contrario, il centro: il centro di un mondo piccolo, ma non necessariamente ottuso e anzi, magari, per ragioni storiche e geografiche, assai più aperto ad un orizzonte europeo, di quanto non lo sia il preteso «centro» (ed è il tipico errore di prospettiva commesso da intellettuali italiani come Alfonso M. Di Nola, del quale tra poco riparleremo).

Ma ora torniamo al fenomeno dei preti scomodi o, comunque, anticonformisti, in una terra dal particolare tessuto socio-culturale, come il Friuli.

Che siano progressisti o tradizionalisti – cioè, traducendo, ma anche semplificando, in termini politici: che siano di «sinistra» (come Turoldo) o di «destra» (come il Cozzi) – sta di fatto che essi hanno dato un contributo notevole, proprio per il loro anticonformismo e per il loro radicamento nelle comunità locali, all’evoluzione complessiva della società, in un senso o nell’altro; e non è questa la sede per pontificare se ciò sia stato un male o un bene. È un fatto; e con i fatti non si dovrebbe litigare, ma semmai cercare di spiegarli e d’interpretarli – con buona pace della prevalente cultura filosofica idealista, di cui il marxismo non è stato che una variante.

Ed eccoci di nuovo a don Luigi Cozzi e al suo non dissimulato «mal di pancia» nei confronti della teologia progressista e della nuova liturgia inaugurate dal Vaticano II.

È noto che la ragione fondamentale per cui un forte movimento tradizionalista cattolico ha visto con preoccupazione e sgomento l’indirizzo preso dalla Chiesa cattolica con il Concilio Vaticano II non è stata di tipo strettamente teologico o liturgico, bensì spirituale e ideologico, nel senso più ampio del termine. Da monsignor Lefebvre, giù giù, fino a un certo numero di semplici parroci di campagna, la diffidenza e, a volte, l’ostilità, mostrate nei confronti delle «aperture» di Giovanni XXIII e di Paolo VI verso le istanze del mondo moderno, erano originate dal sospetto che tali pontefici, a giudizio di alcuni, stessero conducendo, in maniera più o meno consapevole, un’opera di sottile distruzione del genuino nucleo della tradizione cristiana, e che dietro tale manovra vi fossero i potenti tentacoli della Massoneria e di altre forze nascoste.

Uno di questi umili parroci, sconosciuti al grande pubblico, è stato il friulano don Luigi Cozzi, autore di alcuni libri nei quali non solo sosteneva questa tesi, ma si spingeva assai oltre, disegnando uno scenario internazionale del tipo che oggi (ma non allora, cioè trenta o quaranta anni fa) si definirebbe complottista. Egli, cioè, ipotizzava che esista una congiura mondiale di poteri occulti, volta a favorire l’avvento del regno di Satana mediante la distruzione dell’autentica fede in Dio, in Gesù Cristo e nella Vergine Maria, nonché per mezzo dell’indebolimento programmatico dell’autorità e credibilità del magistero ecclesiastico; e che il Concilio Vaticano II fosse stato un episodio significativo, ma non l’unico, di una tale strategia.

In vastissimo affresco storico, che rivelava sia l’ampiezza straordinaria delle sue letture, sia la sua limitata capacità critica e una chiara tendenza a ingigantire i fatti per dimostrare certe tesi precostituite, egli delineava anzi l’intera storia della modernità, dal Rinascimento in poi, come frutto di una congiura di quello che definiva «il potere sinarchico», un centro occulto di cospirazione globale formato da potentissime «lobbies» finanziarie ebraiche e dalle svariate logge della Massoneria internazionale, tra le quali quella degli Illuminati; le prime solo apparentemente in lotta con le seconde, ma, in realtà, miranti entrambe a un obiettivo comune: la distruzione del cristianesimo e l’instaurazione di una dittatura mondiale israelita che vorrebbe asservire i popoli e le nazioni. Don Cozzi, inoltre, individuava. nei banchieri ebrei del XVII secolo i principali finanziatori del colonialismo britannico e poi, via via lungo i secoli, del capitalismo finanziario americano e, da ultimo, anche del comunismo sovietico.

I burattinai di questo gigantesco complotto, finalizzato alla conquista del potere mondiale, sarebbero stati i ricchi ebrei askhenaziti, mossi dall’implacabile razzismo talmudico e capaci di gettare nel baratro della distruzione i loro correligionari cassidici dei ghetti dell’Europa orientale. Secondo don Cozzi, non solo i maggiori esponenti della finanza di Wall Street e del regime staliniano insediato al Cremlino, ma anche moltissimi capi del nazismo, i più implacabili nel loro odio antisemita, sarebbero stati ebrei, da Heydrich a Rosenberg in giù; ma lo stesso antisemitismo nazista non sarebbe stato che l’esasperazione paranoica dell’unico razzismo mondiale veramente indomabile: quello del Talmud, basato sul dato meramente biologico del sangue e della stirpe. Egli non negava la realtà storica dell’Olocausto (per quanto ne riducesse drasticamente le cifre), ma sosteneva che la «lobby» ebraica mondiale si era servita delle ceneri di Auschwitz sia per creare, con spietata violenza, lo Stato di Israele, sia per stringere i fili della propria congiura mondiale, volta a ridurre i «goym», gli infedeli, allo stato di servi, dopo aver scatenato una serie di disastrose guerre mondiali, destinate a culminare in una finale battaglia di annientamento contro l’Islam.

Si dirà – ed è stato detto – che non sono affatto tesi nuove; anche se, recentemente, hanno ricevuto un rinnovato impulso sia dalla storiografia revisionista relativa al nazismo (Faurisson, Irving e, in parte, Nolte), sia dal filone neo-complottista capeggiato da David Icke e da altri spregiudicati scrittori contemporanei, a metà strada fra ufologia, antimodernismo ed esoterismo paganeggiante, i quali, in fondo, altro non fanno che raffazzonare i più vieti e screditati motivi della propaganda antisemita di un Goebbels o di un Giovanni Preziosi se non, addirittura, dei falsi «Protocolli dei savi anziani di Sion».

Noi non vogliamo soffermarci, per adesso, sull’opera complessiva di questa singolare figura di vecchio prete tradizionalista, che pubblicava i suoi libri a proprie spese, fra una ricerca archeologica e l’altra, ignorato e anzi guardato con crescente disapprovazione dai suoi superiori. Ci proponiamo, più modestamente, di soffermarci sul suo secondo libro di una certa ampiezza: «L’uomo tra misteri, miti e menzogne», perché il defunto parroco di Solimbergo (scomparso nel 2001, all’età di ottantasette anni) è rappresentativo, a nostro avviso, del disagio che gli indirizzi conciliari e post-conciliari della Chiesa cattolica hanno provocato all’interno di un fondo conservatore in essa presente da sempre e che, per le mutate condizioni storiche, si è trovato improvvisamente nella scomoda posizione di essere riguardato come in odore di eresia, pur considerandosi l’ultimo baluardo del vero messaggio evangelico.

Sta di fatto che altri autori, molto più «politicamente corretti», ma anche più agguerriti dal punto di vista storico-critico, in questi ultimissimi anni hanno ripreso, sia pure solo in via di ipotesi di lavoro, alcune delle tesi care a questi settori della Chiesa che, per comodità, potremmo chiamare «tradizionalisti».

Scrive, dunque, don Luigi Cozzi nel suo libro «L’uomo tra misteri, miti e menzogne» (Solimbergo, stampato in proprio, 1981, pp. 104-115):

«… Chi teneva il bandolo della corruzione da un lato e della rivoluzione dall’altro era la Diaspora, forte anche col Gallicanesimo, fattasi predominante in tutta la Francia.

E allora "gli ebrei non solo profittarono della Rivoluzione francese, la vollero, la fecero" (Gaeta, "la massoneria"). Essi aggiogavano al loro carro cabalistico-pseudo umanitario le migliori teste gentili, stanche del fossilizzante aulicismo regale e formalismo religioso. Gli ebrei Marat, Clootz, Meyer, Azema decisero la morte di Luigi XVI e della nobiltà suicida. Il primo colpo alle Tuileries fu sparato da un Hourtowitz; Weisweiller fu il primo Presidente del sanguinario Tribunale della Rivoluzione; Rosenthal comanda il reggimento di guardia alla Torre del Tempio. Infine: "la Massoneria era l’ombra del Giudeo, la Rivoluzione l’ombra della Massoneria" (Meinvielle "El Judio"). Spinta l’Emancipazione giudaica contrastata solo dal vescovo di Nancy, marrano discendente da una Lopez. Avanza con le tre parole magiche della Cabala: "Libertà, Fraternità, Uguaglianza". Che affogano prima nel terrore poi nella dittatura imperiale. Così era avvenuto con Giulio Cesare, così in tutte le insurrezioni parricide del volgo primitivo che finirà nello scannatoio pluto-fiscal-burocratico. Dopo secoli di ferreo dominio feudale, con una nobiltà ormai civilmente e religiosamente fossilizzata dal cerimoniale aulico, il Potere Segreto domina le Nazioni, elucubrando l’inganno stordente delle partitocrazie, per mezzo del quale il popolo si autoelimina e autodistrugge. La Setta Unica Centrale sventola ideologie e camicie ossessive, dall’estrema destra all’estrema sinistra, dal nazionalismo all’internazionalismo, promettendo "alle masse cieche e profonde" "il Sol dell’Avvenire" che mai verrà nella illusoria adorazione del progresso, del denaro, del benessere materialistico, mentre essa riempie le sue casseforti d’oro.

E così le genti si sbranano allegramente in mille fazioni e menzogne e vengono facilmente spogliate e spinte in tutte le carneficine suicide.

Per questo il Cohen scrive: "Il Messia per noi è finalmente spuntato il 28 febbraio 1790 sotto forma "dei Diritti dell’Uomo", l’Adam Kadmon del panteismo cabalistico. Era la fine dell’uomo genuino, libero e generoso, come l’aveva creato Dio e consacrato l’umiltà e la redenzione del Cristo. La concezione civile del Diritto delle Genti, codificata in qualche modo dal Sacro Romano Impero si sfaldava in una interminabile lotta tribale, manovrata dalla dialettica giudaica.

Il mondo occidentale era caduto negli abissi di una pseudodemocrazia industrial-usuraia, preceduto dall’America anglosassone e da quella latina, la prima dominata dalla diaspora protestante, la seconda da quello marranico-spagnola. Il Sombart afferma: "Da un capo all’altro l’America si rivela un paese ebraico" ("Gli ebrei e la vita economica" pag. 64).

Nel secolo XIX questa infezione si estese in profondità e latitudine, appestando sempre più il pensiero delle masse con sofismi e gnostiche allucinazioni. L’evocatore principale fu F. Hegel. Egli concentrò tutte le paranoiche tesi filosofiche, dalla sintesi di Kant all’immanentismo idealistico, dell’Io assoluto di Fichte, per finire nella folle proposizione: "non è l’essere che crea il pensiero, ma il pensiero l’essere", confondendo poi tutto in una stessa identità. Da questa assurda "scienza dell’Assoluto", scaturisce una non meno antimetafisica e assurda dialettica: "l’A, tesi, e la non A, antitesi, non si eliminano ma si assommano nella sintesi."

In definitiva, 1 meno 1, eguale a 2. Siamo nella più elementare menzogna e falsità dopo aver negato ogni realtà ontologica dell’essere. Da queste belle premesse salta fuori "il processo del pensiero che crea il Dio che si fa"; immanentismo che si evolve fatalisticamente "in un altro". Questo "altro" sarà solo il Non-essere delle tenebre primigenie, nel coacervo delle "masse cieche, profonde e non pensanti", che formano il nuovo Stato-Moloch al quale ogni libera individualità deve essere sacrificata.

Questo "Stato-dio", brulicame di carne senza identità, è un tutto divino e autonomo, in guerra incessante contro ogni altro Stato, per creare la divinità suprema "la Storia", vero divenire del dio vivente, il Fariseo, "altro" per eccellenza.

Qui siamo ai vertici della alienazione e suggestione sataniche, per creare una statolatria che divora i suoi figli, unica entità suprema, fonte d’ogni diritto, nella quale i "diritti dell’uomo" diventano un non senso. Infatti in una lettera all’amico e correligionario Windischmann, Hegel confessa: "Al momento in cui il mio sistema si chiuse per due anni credetti di divenire folle".

Un domani realmente lo divenne Nietzsche, e oggi "il maestro del pensiero" Althusser, uxoricida. Sono questi mitomani, squilibrati che innescano, col monopolio della propaganda, "la scintilla della follia" alle genti.

Da questa sequela di bestemmie antimetafisiche, antistoriche, allucinanti, col dogma fondamentale del "processo dialettico" s’impone il "dio-Stato", divoratore dell’umanità.

Il nipote di un rabbino, Carlo Marx, convinto dal primo evocatore del comunismo, l’ebreo Moses Hess, sostituì il dio-Stato col dio-Proletariato nell’eterno divenire del materialismo storico, o socialismo scientifico. Qui la "tesi" diventa feudalesimo, la "antitesi" liberal.-capitalismo borghese, la "sintesi" comunismo, o "dittatura del Proletariato".

Alla spudorata menzogna cade la maschera che fanatizza "gli uomini dalla cervice animale", quando facilmente si scopre che "la tesi feudale della servitù della gleba" e il suo contrapposto maggiormente affamatore e alienante, "l’antitesi liberal-plutocratica", non si elidono ma si sommano nella "sintesi della dittatura del Proletariato". In essa fornicano terrore e supercapitalismo.

Così il Giudaismo internazionale arriva al completo dominio sugli uomini e sulle cose, lungamente perseguito nei millenni.

Il tutto oggi s’incentra nell’asse del Gran Kahal di New York e di Mosca che hanno creato il loro perno cabalizzato nella nuova Gerusalemme dell’Anticristo, in spudorata, finta lotta.

Gli stessi ebrei, lo affermano candidamente come nella rivista "L’Ebreo Americano" del 10 sett. 1920: "La Rivoluzione bolscevica fu opera esclusiva della riflessione e dello scontento ebreo".

Poveretti, dopo essere stati, specialmente in Polonia, gli amministratori dei latifondisti e gli unici commercianti, ora, finanziati dai vari sfondolati Warburg, stavano coniando una nuova moneta mondiale con le due facce ipnotizzanti e unitarie: quella dei Rotschild e quella di Marx, nell’unica, eterna adorazione del "vitello d’oro".

Il terzo che ossessionò fondamentalmente il pensiero moderno fu F. Nietzsche con la sua "volontà di potenza" del Superuomo", il solito "Adam Kadmon" cabalico. Egli nega ogni ordine metafisico, religioso e morale e proclamando "la morte di Dio" vuol mettersi al suo posto. Il risultato è unico: "la morte dell’uomo" e l’avvento sulla terra dell’anticristo dell’Apocalisse.

La conclusione verrà con i folli dittatori che ci hanno ossessionato con furiosi nazionalismi, incentrati sulla fondamentale mitologia suicida del dio: "Volk-Popolo", sbandierata da tutti i tiranni in ogni epoca. Ai nostri giorni sfociò nelle assurde manie millenariste del razzismo che con Darwin predicavano: "lo sterminio delle razze inferiori".

In Germania trovò il suo terreno più propizio, come simbiosi dell’antica diaspora yiddish e l’infesto errare dei primitivi, distruggendo la stupenda elevazione delle Abbazie che aveva creato i presupposti per la nuova confederazione del Sacro Romano Impero e delle sue immortali Corporazioni. Anche in questo casi si instaurava una nuova, pestilenziale sintesi tra la barbarie tribale e l’infesta spogliazione giudaico-socialista.

Era stata incubata in tutto il secolo XIX dalla folta schiera degli ebrei aschenazi assimilati, fanaticamente razzisti ed arianizzati, che avevano un supremo orrore della "lercia valanga dei loro correligionari dei ghetti chassidici orientali" ("Un bavarese" 15.8.1922), e pure della alienante rivoluzione pluto-industriale.

Sorgeva così la terza violenta corrente talmudica, la quale in cabalizzata opposizione alla plutocrazia e al comunismo internazionali, perseguiva il dominio del mondo, non con la rivoluzione industriale e proletaria, ma con la spada sanguinante di un nazionalismo ancestrale.

Il solito ebreo fuggito dalla Germania, G. Mosse, nel suo recentissimo "Le origini culturali del Terzo Reich" ci snocciola una colluvie di mitomani suoi correligionari, il Fritsch, il Fischer, il Fulda, l’Oppenheimer, il Taumann, lo Schmitt, lo Zimmermann, l’Auerbach con a capo l’ideologo del Pangermanesimo, il Ritter, i quali posero le basi per sospingere il valore tedesco nei crimini di una guerra di ossessionati zeloti.

In questa fornace sanguinaria verrà massacrata la migliore gioventù non solo europea, per veder spuntare, alla fine, la trinitaria schiavitù di Wall Street, del Cremlino, del Muro del pianto.

Questo fanatico razzismo, che si contrapponeva solo in superficie agli internazionalismi giudaici, venne in qualche modo sintetizzato da A. Rosenberg, ispiratore del Nazismo col suo "Il Mito del XX secolo". Hitler apprendeva i primi rudimenti per la sua allucinata "La mia lotta" in casa di Bruchmann a Monaco. Più tardi Leni Riefenstahl, la solita ebrea definita "il prototipo di donna tedesca", riceverà l’incarico di girare il documentario sul Congresso Nazionalsocialista di Norimberga del 1934 "Il trionfo della volontà" di pura marca niciana.

Il terribile capo della Polizia hitleriana, Reinhard Heydrich, "sapeva di molti altri militanti che nutrivano questa patologica avversione per la propria razza e li scovò col suo infallibile fiuto; i vari Globocnik Eichmann, Knochen, Dannecher, Brunner. Erano nella sua stessa situazione circa la razza e il sangue" (Reitlinger, " Storia delle S. S.").

Ora per il colmo della confusione un nipote di un rabbino stila la prefazione a un libro del Faurisson che insieme ad altri prova che le camere a gas non sono mai esistite.

Così invece che il giusto ritorno alla terra e la lotta contro il Capitalismo usuraio occidentale e Supercapitalismo comunista portarono a termine le oscure trame cabalizzate del Sinedrio, liquidando la marea degli ebrei risaliti da millenni in Oriente da Babilonia, "per battere poi moneta sulle ceneri di Auschwitz" (Peyrefitte "I Giudei"), e praticamente eliminare i Gentili.

Il male si è che, calato il polverone e il fumo dei bombardamenti a tappeto, l’Europa si trovò tra le rovine e il filo spinato della Cortina di Ferro, mentre sorgeva dopo duemila anni il nazi-razzista Ghetto di Israele, perno cabalizzato delle due Superpotenze giudaiche in finta lotta tra loro. Questo sta scatenando la terza definitiva guerra mondiale, giuocando col cieco fanatismo musulmano, che metterà l’orbe intero sotto il tallone della Diaspora, se al Demonio non salterà la pentola apocalittica dell’inferno atomico e dei raggi della morte superlaser.

Gli ultimi nazisti ancora in prigione sono i due ebrei Hess, già luogotenente di Hitler, e Reder massacratore di italiani agonizzanti nel naufragio nazionale.

In Italia succedeva qualcosa di simile col mitomane imperiale Mussolini, prima rosso scarlatto, poi rivoluzionario nero, per finire ancora nella demagogia scarnificatrice del Socialismo.

Qui riferiamo un solo nome e per di più di donna, l’ebrea Sarfatti. Era dopo la megera Balabanoff che nel ’27 griderà a Berlino: "Nemmeno le bestie conoscevano una barbarie simile alla peste fascista", la seconda, grande amante del "figlio del fabbro". Sarà lei che gli appiopperà il titolo altisonante di "Duce", ne scriverà una biografia, sarà la sibilla del Regime senza il cui permesso nessuno poteva entrare a Palazzo Venezia.

Nel suo mensile "DUX" (Verona 1932) scriveva: "L’aristocrazia delle trincee incarna le virtù sacerdotali e guerriere, esaltate da Nietzsche".

Però, mentre i poveri giovani italiani, europei e di tutti i continenti, traditi e massacrati per gli interessi inconfessati del Potere Segreto Internazionale, morivano nei vari inferni di guerra, lei felicemente convolava negli Stati Uniti, dove a carneficina finita vendeva per 46 milioni le lettere d’amore del suo Duce, macabramente penzolante a Piazzale Loreto.

Altri gerarchi più o meno arianizzati si specializzavano nel "mercatino delle indulgenze" per fornire il lasciapassare a molti ebrei, come del resto avevano fatto i vari Eichmann e Frank in Germania. Là c’era anche Rosenberg "ministro dei territori occupati dell’Est", il quale con i suoi correligionari Grosskopf, Leibbrandt, Koch terrorizzava i poveri ucraini e russi bianchi, bloccando la iniziale resa dei tre milioni di combattenti che avevano gettato le armi sperando nell’agognata liberazione.

Da allora "preferirono servire gli schiavisti che parlavano la loro lingua e che avevano permesso al Patriarca di Mosca, servo del comunismo, di benedire le Armate euro-asiatiche che si battevano da Arcangelo al Volga" (Solgenitsin "L’errore dell’Occidente").

La plutocrazia aiutando il comunismo non commetteva alcun» errore: era solamente la gioventù del mondo intero che doveva fornire il concime per la crescita della Sinarchia universale, preda del pluto-comun-nazismo incentrato nei ghetti di New York, Mosca, Gerusalemme.

La dialettica era sempre micidiale per gli "inutili idioti" che seguivano ciecamente il primo rullo di tamburi nelle guerre assurde e in tempo di pace si scannavano ciecamente nella suicida lotta di classe.

Gli ultimi bastioni di un ordine sacralizzato, ormai completamente massonizzati e permeati dall’evoluzionismo democratico, crollavano per dar posto al Potere Unico Internazionale.

In tutto il secolo XVIII e XIX la Fede, il Cristo, la Chiesa vengono violentemente attaccati non solo tra il mondo protestante ma anche nel perimetro cattolico con ogni sorta di velenose bestemmie.

Dopo la Rivoluzione Francese, mentre il Giudaismo s’impone con l’Emancipazione dei ghetti, l’Europa sacra viene perseguitata, spogliata ovunque. Il papa fa i suoi inutili viaggi, conosce la prigionia, deve adattarsi a Concordati insultanti. La sua influenza è ridotta a zero e il sio Stato Pontificio, bailamme di burocrazia, inefficienza ed accattonaggio deve battere alle porte dorate dell’alta Banca per salvarsi dal fallimento. Per questo il Belli satireggia per il prestito concesso dai Rotschild: "Er Papa farà esponer er Sacramento, per convertì a Gesù benigno e pio, chi l’ha aiutato ar 61%". E alla morte del rabbino Beer sogghignava: "Se campava un po’ dippiù te lo dich’io, o noi vedemio er rabbino cristiano, o er Papa annava a terminà ggiudio".

Infatti Marx nel suo libello giovanile "La capacità degli ebrei e dei cristiani d’oggi di divenire liberi" afferma impudentemente: "Il Giudaismo, per diventare universale, ha bisogno che il Cristianesimo venga perfezionato teoricamente come religione di uomini autoalienati, rispetto a loro stessi e alla loro natura. Allora il Giudaismo potrà diventare il dominatore universale e trasformare gli uomini e la natura, alienati e vendibili, assoggettandoli alla schiavitù delle necessità egoistiche e del mercantilismo. Il denaro è l’unico Dio zelante d’Israele, al di fuori del quale nessun altro può esistere. La cambiale è anche figlia del vero dio degli ebrei, che la trasformano in cambiale illusoria e così lo spirito giudaico è diventato lo spirito pratico dei popoli cristiani. Gli ebrei si sono emancipati a tal punto che i cristiani sono diventati ebrei di sottordine e schiavizzati" nelle Rivoluzioni industriali.

Questo nel campo economico delle necessità quotidiane di sopravvivenza. L’autoalienazione religiosa era già avvenuta col "libero arbitrio" protestante, e col fossilizzante fariseismo gesuitico sfociati nell’allucinazione pseudofilosofica che aveva fatto scattare la "scintilla della follia" rivoluzionaria ed evoluzionistica.

La Massoneria aveva diffuso le branchie del suo tumore per finire nelle partitocrazie suicide. Il sangue avvelenato che scorreva nelle vene delle istituzioni era la mania usuraia-industriale della Borghesia che toglieva identità e vita agli uomini e alle stesse cose. Per questo lo stesso Marx sfoga nel libello "La Questione ebraica" il suo odio contro i correligionari. Infatti gli unici veri antisemiti sono sempre i semiti, gli altri sono solo barbari ottusi.

In esso afferma chiaramente: "Per rovesciare la società borghese bisogna scalzare gli ebrei che di questa società ne sono la più tipica espressione, usuraia-internazionalistica. Gli altri del Proletariato ne prenderanno il posto.

Gli immortali principi della Rivoluzione Francese sono stati tradotti dall’ordinamento borghese in emancipazione per gli ebrei e autoeliminazione per i cristiani, in conquista pluto-industriale per i primi, in pauperismo disperato e schiavitù disumana per i secondi".

Il punto di partenza per materializzare l’apocalittica promessa del Maligno: "Io ti darò tutti i regni del mondo e la loro magnificenza se prostrato mi adorerai" (Matt., IV, 8-9) è sempre inculcare la negazione e l’odio contro Dio con l’ateismo militante che annichilisce l’anima, la elevazione mentale, lo splendore e potenza della vita, per ridurre i popoli ad una massa impotente e folle.

Oggi "i figli delle tenebre" sono arrivati molto avanti in questa infernale impresa. L’unica eterna contrapposizione è il Vangelo che nell’aspra via del Calvario ci porta alla vittoria sulle passioni e sul mondo posto sul Maligno, per ritrovare l’unione con Padre fonte di ogni dono e luce, di ogni libertà, di ogni fraterno amore, veramente e santamente comunitario.»

Abbiamo ritenuto di riportare questa estesa citazione, affinché il lettore possa farsi un’idea sia dello stile, sia degli argomenti e della metodologia storica di don Luigi Cozzi, poiché non c’è niente di peggio che parlare di un autore per sentito dire e per frasi fatte.

Si sarà notato che egli non possedeva una formazione universitaria e che perfino la sua sintassi e il suo lessico lasciano un po’a desiderare (come quando, verso la fine del brano sopra citato, scrive: «La Massoneria aveva diffuso le branchie del suo tumore», invece che «le branche»); ma, in compenso, si esprimeva con uno stile tumultuoso, ispirato, a volte decisamente drammatico, come quello della letteratura profetica e apocalittica.

Don Luigi Cozzi era un autodidatta e un dilettante entusiasta: si dedicava con passione anche agli studi archeologici a livello locale, sempre alla ricerca di una documentazione che supportasse la sua visione del mondo e della storia umana.

Si sarà notato anche che egli non padroneggiava in maniera adeguata le fonti che citava; che, anzi, non citava in maniera scrupolosa le fonti, ma le affastellava disordinatamente l’una sull’altra, senza discernere, senza selezionare, al fine di trovare ovunque conferme alla sua tesi politica e religiosa precostituita.

Tale tesi può essere esposta in breve nel modo seguente. Esiste un disegno di dominio mondiale da parete di poteri occulti, riconducibili – direttamente o indirettamente – al giudaismo internazionale. La Massoneria sarebbe stata uno di tali centri; la Riforma protestante e la Rivoluzione Francese, sarebbero state preparate e orientate da essi.

Non si tratta di un’idea originale, dal momento che, nel corso del XIX secolo, si è diffusa un’ampia letteratura, di ispirazione cattolica tradizionalista, finalizzata a diffondere tali temi: ad esempio, le pretese rivelazioni antimassoniche di Léo Taxil; per non parlare, al principio del XX secolo, dei famigerati «Protocolli dei savi anziani di Sion», che fornirono il canovaccio per le campagne antisemite che culminarono nella persecuzione del Terzo Reich hitleriano.

Proprio il fatto che le origini di questa letteratura siano così discutibili sul piano storiografico, e che i suoi sviluppi abbiamo dato alimento ad alcune delle pagine più terribili della storia contemporanea, come Auschwitz, Maidanek e Treblinka, rende oggi difficilissimo parlare di tali argomenti; e già questo ci fa capire che le ricerche di don Luigi Cozzi si sono mosse, fin dall’inizio, su un vero e proprio terreno minato, rendendo scomodissima la sua posizione anche agli occhi della curia di Concordia-Pordenone – la diocesi nella quale egli operava – e, in generale, degli ambienti dirigenti della Chiesa cattolica.

A ciò si aggiunga che le sue posizioni estremamente critiche nei confronti del Concilio Vaticano II lo rendevano piuttosto sgradito ai settori «progressisti» della Chiesa, che, a partire da quell’evento, sono divenuti decisamente prevalenti all’interno di essa.

Ecco come egli si esprimeva, senza tante perifrasi, al riguardo (Op. cit., pp. 207-08):

«Col Vaticano II il disco ecclesiale cambiato con un dietro-front sconcertante, sta sproloquiando sulla mitologica potestà assembleare. Per di più i voltagabbana, i nuovi superfascisti rossi, i carrieristi, gli "inutili idioti" ci sbranano ossessivamente e ci mettono alla berlina come inveterati, nostalgici criminali. Siamo ben lontani dal Vangelo e dalla realtà antropologica e storica dell’uomo! Per un puro miracolo dei tuoi Sacramenti e della tua Grazia ho tentato di non essere uno degli azzeccagarbugli "Scribi e dottori della legge", come i tuoi peggiori nemici della Giudea. In questo contesto antievangelico è inutile e controproducente che confessi qui, o Signore, tutta l’impotenza e povertà della mia "diacona" nella pluridecennale milizia del sacerdozio. Le pesanti ombre della sera calano sulla mia povera vita, ma "vorrei cantarti cantici di gloria e d’esultanza; e spanderli a vittoria di fe’, d’amor, da le marine ai monti" (A. Pascotto, "Per una grazia").

Nell’infernale attacco contro lo Spirito di verità e contro la genuina santità e verginità della natura tutto questo diventa sempre più difficile, improponibile, assurdo. Speriamo che gli imminenti pericoli che minacciano la salvezza della mente e del corpo ci riportino al più presto verso i doni sapienziali e ai tempi felici dell’Eden nell’almo creato fulgente. Invochiamo il prodigio incessante della tua Redenzione perché sia respinto nelle tenebre primordiali un cosiddetto progresso antidivino e antiumano che ci sommerge col suo terrore e schiavitù.»

Dietro lo stile torrenziale ed enfatico non si fatica a cogliere il dramma umano e spirituale di questo vecchio prete che si vede franare il mondo sotto i piedi e che è portato a interpretare i nuovi indirizzi post-conciliari della Chiesa cattolica, come una resa ai peggiori nemici della Chiesa stessa e come una diabolica vittoria delle forze del Male.

E tuttavia, è sufficiente la categoria psicologica della paura per interpretare il «fenomeno» Luigi Cozzi; o non avremmo, invece, il dovere di prendere un po’ sul serio il suo disperato grido d’allarme, cercando di discernere quanto di vero, o almeno di plausibile, vi può essere nella sua analisi della storia moderna, culminata nella radicale laicizzazione e de-spiritualizzazione della società contemporanea?

Il lettore non prevenuto si sarà reso conto che, al di là delle esagerazioni e delle forzature proprie del discorso del Cozzi, i tratti salienti della sua analisi della storia moderna non sono, in effetti, molto distanti da una «legittima» lettura religiosa di essa, quale quella che la Chiesa cattolica ha fatto, sostanzialmente, fino – appunto – al Concilio Vaticano II.

Che lo spirito di orgoglio e di esaltazione dell’umano, sfociando nel rifiuto del divino, abbia accompagnato l’avvento della modernità, dal Rinascimento, alla Riforma, all’Illuminismo ed oltre, compresi i totalitarismi del XX secolo e le forme economiche del capitalismo e del comunismo: tutto questo è conforme ad una lettura della storia che un cattolico, anche moderato, non può fare a meno di condividere, almeno nelle grandi linee; pur senza chiamare in causa centri di potere occulto e trame giudaiche o massoniche.

Perciò, inquadrare il «fenomeno» Luigi Cozzi nel quadro tradizionale dell’antisemitismo, come fa, ad esempio, Alfonso M. Di Nola nel suo libro «Antisemitismo in Italia, 1962-1972» (Firenze, Vallecchi, 1973), in cui il Cozzi è citato ben nove volte, ci sembra veramente riduttivo e semplicistico, oltre che discutibile sul piano metodologico. Accomunandolo al Pinay, al Bernardus, al Vermijon e perfino a Céline, in quel libro si presenta Luigi Cozzi come un libellista anticonciliare e rozzamente antisemita, che avrebbe cercato di impedire la promulgazione della dichiarazione «Nostra Aetate» riguardo ai rapporti della Chiesa con gli Ebrei. I suoi scritti sono definiti «libelli» e la sua attività è qualificata come «grave», anche perché si adombra una responsabilità dell’alto clero friulano (attraverso la casa editrice Arti Grafiche Friulane) dietro di essa.

Si riporta poi un florilegio di passi «antisemiti» dal primo libro del Cozzi, intitolato «La croce, la stella, la svastica» (Udine, Arti Grafiche Friulane, 1968) e dalla «Querela a Ricciardetto» [il famoso redattore di «Epoca»]; e si definisce «equivoca» una recensione di A. Pietrangeli del primo dei due, apparsa su «Epoca» del 27 maggio 1969, solo perché quel giornalista scrive che «il libro oltre gli eccessi, la durezza del linguaggio e l’irritazione che suscita può rivelarsi non privo di argomenti validi».

Del Di Nola, antropologo e storico della religione assai noto in Italia, ci siamo già occupati nel precedente articolo «Alla società secolarizzata sfuggono gli indizi della presenza diabolica», del dicembre 2007 (consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice); e, in quella sede, avevamo rilevato tutta la faziosità intellettuale che presiede alla rozza semplificazione della demonologia cristiana, equiparata, in base a un becero pregiudizio scientista, ad un puro e semplice residuo di superstizione medioevale

Certo è che Luigi Cozzi, specie negli ultimi anni, sentendosi sempre più solo e incompreso, dovette soggiacere a una sorta di mania di persecuzione, se era giunto a scrivere (in una lettera a «Il Gazzettino» di Venezia del 4 agosto 1969) che:

«[Il rabbino Piattelli di Venezia], come tanti altri che hanno scritto al mio Vescovo, fa evidenti pressioni su i miei Superiori perché prendano provvedimenti contro di me. Ma io credo, per quanto siano i tempi inficiati da eresie e da Riforme, che essi non prenderanno comandi dall’Anticristo, ed invece saranno lieti che qualcuno dei loro figli subiscano persecuzioni da "coloro che si dicono essere giudei e non lo sono, ma sono la Sinagoga di Satana" (Apocalisse, II, 9).»

Forse sarebbe giunta l’ora – lo diciamo sommessamente, per di più da «esterni» al mondo della Chiesa cattolica – che qualcuno spendesse una parola di riconciliazione con la memoria di questo vecchio prete friulano, che può aver sbagliato per eccesso di zelo, ma che si è sempre esposto in prima persona, avendo il coraggio delle proprie parole e, soprattutto, di andare controcorrente, lanciando il suo grido d’allarme in un momento in cui soffiavano venti completamente estranei al suo modo di sentirsi prete e membro della comunità cristiana.

Fonte dell'immagine in evidenza: RAI

Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
Nato a Udine nel 1956, laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Attualmente collabora con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi. Fondatore e Filosofo di riferimento del Comitato Liberi in Veritate.
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