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Lo squallido trionfo dei nipotini di Jean Meslier

Il 30 giugno 1729 veniva a morte uno sconosciuto parroco di campagna francese, Jean Meslier, nella regione della Champagne. La sua vita terrena, iniziata il 15 giugno 1664, era stata del tutto priva di significativi avvenimenti esteriori e nulla distingueva, in apparenza, la sua figura da quella di decine e centinaia di preti di provincia del suo tempo. Invece quell’uomo riservato e tranquillo, la cui vita poteva apparire come insignificante, era, in privato, un febbrile pensatore, e più precisamente un deciso seguace dell’ala più radicale del nascente illuminismo, quella materialista, sensista e apertamente atea. La sua ferma convinzione era, fra l’altro, che tutto il reale è costituito esclusivamente di atomi materiali, che non esiste alcun Dio e che tutte le religioni, inclusa quella cattolica, non sono che un grande inganno a danno dei popoli. Queste idee eversive cominciarono a diffondersi dopo la sua morte, perché aveva lasciato un testamento spirituale in forma di documento, o piuttosto di trattato, nel quale chiedeva scusa ai suoi parrocchiani per averli ingannati durante tutto il corso della sua vita, nascondendo loro la verità ed evitando di esprimere apertamente il suo pensiero. Lo aveva fatto per una ragione decisamente poco eroica, o anche semplicemente poco nobile: per amore della tranquillità e per non dover rinunciare alle piccole comodità che la sua posizione di curato, cui era affidata la cura d’anime di ben due parrocchie, gli procurava. Perciò era stato ateo e irreligioso sino in fondo all’anima, ma nello stesso tempo aveva assolti scrupolosamente i suoi obblighi religiosi, senza lasciar trasparire nulla del suo vero sentire. Le sue idee si diffusero nella cerchia dei philosophes che lo considerarono un precursore del loro movimento; e anche se alcuni, come Voltaire, strumentalizzarono il suo ateismo per trasformarlo in deismo, molti gli riconobbero un ruolo di antesignano e gli resero i dovuti onori, come anticipatore della gloriosa stagione dei lumi della Ragione. Quelle idee npn si diffusero mai fra il popolo, perché egli non aveva scritto per il popolo; si diffusero invece fra le persone colte e nell’ambiente degli enciclopedisti, dando senza dubbio un contributo importante, anche se difficilmente quantificabile, alla causa dell’illuminismo ateistico e materialista e specialmente alla scristianizzazione della società francese nel corso del 1700. È anche considerato tra i precursori del comunismo, perché sosteneva il diritto di tutti gli uomini a godere dei beni della terra e instaurare una società fondata sull’uso comune di essi, e sulla distribuzione della ricchezza in base ai bisogni di ciascuno, in una prospettiva che sarebbe piaciuta ai socialisti del XIX secolo, alcuni dei quali, infatti, si sarebbero ricordati di lui, a un secolo e mezzo di distanza, e lo avrebbero annoverato fra i loro padri nobili.

Vale la pena di leggersi alcuni passaggi del suo famoso testamento, il cui chilometrico titolo completo, secondo la moda settecentesca, recita così: Memoria dei pensieri e dei sentimenti di Jean Meslier, prete, curato di Ètrèpigny e di Balaives, su una parte degli errori e degli abusi del comportamento e del governo degli uomini da cui si dimostrano in modo chiaro ed evidente le vanità e le falsità di tutte le divinità’ e di tutte le religioni del mondo, affinché sia diretto ai suoi parrocchiani dopo la sua morte e per essere usata da loro e da tutti i loro simili quale testimonianza di verità. Si era messo al lavoro nel 1724, all’età di sessant’anni, e dopo aver terminato la stesura dell’opera, ne aveva redatte ben due ulteriori copie manoscritte, evidentemente ben deciso a evitare che quel documento, se fosse stato trovato in un’unica copia, potesse venir fatto sparire. Ci teneva molto a che i posteri lo leggessero: in effetti, nessuno ne sapeva nulla, anche se una stima approssimativa rivela che, per scrivere e poi ricopiare quel testo, egli deve aver passato alla scrivania della sua canonica mesi e mesi di lavoro incessante, lavoro del quale i suoi bravi parrocchiani non immaginavano neanche lontanamente il contenuto. Ci si è chiesti quando Meslier abbia maturato le sue convinzioni ateistiche e materialiste, anche perché nella sua abitazione, dopo la sua morte, non vennero trovati libri di autori libertini e anticristiani, che egli comunque assai difficilmente avrebbe potuto procurarsi; alcuni studiosi sono giunti alla conclusione che non dovette trattarsi di una rivelazione tardiva, ma di un convinzione maturata lentamente e coltivata nell’arco di alcuni decenni, probabilmente già a partire dagli anni del seminario. In altre parole, la Chiesa si era allevata e nutrita in seno un serpente che, continuando a succhiare il suo latte fino all’ultimo giorno della propria vita, con un cinismo e una capacità di dissimulazione veramente sconcertanti, pur in un secolo così amorale come quello di Voltaire e Diderot, Cagliostro e Casanova, ha coltivato freddamente e pazientemente la sua vendetta nel corso di una intera esistenza, e non si è fatto scrupolo di spargere copiosamente il veleno accumulato in silenzio, per la confusione e il danno di quelle stesse anime che gli erano state affidate e che lui aveva promesso a Dio si servire e pascere, nel nome del suo Figlio, Gesù Cristo.

Vi sono pochi altri esempi, nella storia della cultura, di una simile doppiezza e di una così rivolante falsità, anche perché, nel suo isolamento, nella zona rurale delle Ardenne, egli ebbe agio, in ogni singolo giorno e in ogni singola ora della sua vita, di meditare su quel che stava facendo e sull’effetto che il suo scritto avrebbe provocato nelle anime dei lettori. A ciò si aggiunga che per anni, per decenni, Meslier amministrò i Sacramenti, i battesimi, i matrimoni, la santa Eucarestia, e celebrò il sacrificio della Messa, con intimo disprezzo di quel che stava facendo e con pensieri d’irrisione per tutti quei sacri riti e misteri, e si avrà un quadro esatto della perfidia e de cinismo di quell’uomo, che solo per un tornaconto materiale non carezzò mai l’idea di essere coerente e assumersi la responsabilità di porre fine alla sacrilega commedia della sua vita di prete incredulo, blasfemo e simulatore, commedia che volle seguitare fino all’ultimo giorno. Si prova un senso di sgomento e quasi di vertigine al pensiero di questo parroco, il quale non credeva in Dio e considerava la religione una deliberata impostura, e la Chiesa cattolica al pari di una fabbrica d’inganni, che sedeva nel confessionale ad ascoltare e ad assolvere i peccati degli suoi parrocchiani, nelle vesti di un alter Christus; e amministrare ai morenti il viatico dell’estrema unzione. Certo ci vuole uno stomaco assai robusto per interpretare una farsa durata una vita intera e per volerla concludere sputando solennemente, con freddo disprezzo, dentro la minestra nella quale non ci si è vergognati di immergere il cucchiaio ogni giorno.

Al suo futuro successore indirizza queste parole (citiamo dal sito http://www.homolaicus.com/):

Al Signor Curato…,

giunto a questo punto non ho più alcuna difficoltà a dire il vero. Non so che cosa penserete di me né come mi giudicherete sul perché mi sia messo tale idea in testa e sul proponimento di realizzarla. Probabilmente giudicherete questo mio lavoro come un atto di follia e di temerarietà.

E in una seconda lettera, contenuta nella stessa busta, indirizzata ai curati dei paesi vicini, rivolgeva questo sciagurato e tracotante messaggio:

Ai Signori Curati del vicinato,

indipendentemente dalle ragioni in base alle quali si crede o non si crede, ciò che ci insegna la nostra religione è l’obbligo di credere in maniera assoluta.

Sono sicuro che se voi vi affidaste alla semplice natura dei vostri intelletti, vedreste chiaramente, come io ho visto, che tutte le religioni di questo mondo sono soltanto invenzioni dell’uomo e che tutto ciò che la religione insegna e vi obbliga a credere sul sovrannaturale e sul divino, alla fine non è altro che errore, menzogna, illusione ed inganno.

Invece di inveire contro di me vi esorto ad approfondire se tutto ciò che ho scritto è vero; se non è vero confutatemi, ma se vi ho convinti allora non esitate ad intervenire per difendere la verità ed aiutare le genti che soffrono sotto il giogo della tirannia, dei soprusi e delle superstizioni.
Ma visto che anch’io non ho avuto il coraggio di spingermi oltre, evitate di dichiararvi apertamente, durante la vostra esistenza, contro questi detestabili errori. Cercate per ora di stare zitti ma almeno alla fine dei vostri giorni dichiaratevi in favore della verità. (…)

Smettetela di essere idolatri e di adorare delle fragili statuette di pasta e di adorare le statue di gesso, d’oro e d’argento. (…)

Smettete di divertirvi ad interpretare e a spiegare in senso figurato, allegorico e mistico delle scritture vuote che ritenete sacre e divine; voi date loro il senso che volete e fate loro dire tutto ciò che volete per mezzo di presunti significati spirituali e allegorici che voi create per loro, che tendete di attribuire loro, al fine di trovarci e di farci trovare delle supposte verità che non esistono e che non sono mai esistite. (…)

Perché manifestate disprezzo per la povera gente e minacciate condanne eterne per dei piccoli peccati invece di protestare contro le rapine pubbliche, contro le palesi ingiustizie dei governanti che depredano, calpestano, rovinano i popoli, li opprimono e sono la vera causa di tutti i mali e di tutte le miserie che prostrano le genti?(…)

Tocca a voi educare la gente, non negli errori dell’idolatria, non nella varietà delle superstizioni, ma nella conoscenza della verità e della giustizia, nella conoscenza di ogni virtù e dei buoni costumi: siete pagati per questo. (…)

Per tutto il resto non mi curo di ciò che penserete di me: allora sarò morto e i morti sono fuori dalla portata dei vivi, i morti sono niente.

Riflettendo sulla vicenda di Jean Meslier, oscuro parroco della Francia profonda del XVIII secolo, si resta colpiti dalle analogie e dalle differenze con il clero cattolico odierno, o meglio, con quella parte del clero apostatico della contro-chiesa che celebra i suoi tristi trionfi sotto il pontificato, illegittimo e indegno, del signor Bergoglio. L’analogia è evidente: come se fossero tutti suoi nipotini, i preti senza fede dei nostri giorni seguitano a indossare indegnamente l’abito e usurpano l’altare e l’ambone, male amministrando la cura delle anime che un solenne giuramento, fatto a Dio e non agli uomini, ha reso indissolubile. La differenza più cospicua consiste nel fatto che mentre il disgraziato Meslier tenne per sé le sue convinzioni atee e irreligiose e dissimulò il suo disprezzo per la Chiesa e per la religione in quanto tale, questi sfrontati teologi modernisti, questi indegni vescovi di strada e questi inverecondi preti progressisti, che trasformano le chiese in circhi, piste da ballo, discoteche, pizzerie, ristoranti, nonché palcoscenici per sacrileghe rappresentazioni, con tanto di danzatrici indù o di tamburi africani, degna cornice per la pubblica rivelazione della propria omosessualità o per la festosa presentazione ai fedeli di coppie sodomitiche, non si peritano di gridare ai quattro venti l’avvenuta trasformazione del cattolicesimo in un culto orgiastico e libertino delle passioni e dei vizi umani, di cui si son fatti osceni giullari e coribanti. C’è un punto, però, nel confronto fra Jean Meslier e i neopreti o contro-preti di oggi, che è a favore del primo: un ultimo resto di pudore. Il parroco del XVII secolo preferì chiudere gli occhi per l’ultima volta prima di affidare a uno scritto la propria apostasia e la rivelazione della propria infedeltà; codesti, invece, si vantano apertamente delle loro licenze, dei loro disordini e delle loro volute confusioni liturgiche, pastorali e dottrinali; per non parlare del loro capo, Bergoglio, il quale ha eretto l’ambiguità e l’equivoco a strategia abituale del suo pontificato. Il loro ragionamento, se tale si può considerare, è molto semplice: nel tiro alla fune tra la Chiesa e il mondo, è il mondo che sta avendo il sopravvento, senza ombra di dubbio; e allora perché non rinunciare a una battaglia persa in partenza, una battaglia di retroguardia per difendere una dottrina superata e una morale obsoleta, e non spalancare le braccia al mondo, fingendo che si tratti di un dialogo basato sul mutuo rispetto, e non una resa a discrezione, come realmente è? Lo stesso vale per l’apertura alle altre religioni, e particolarmente all’ebraismo e all’islamismo: il primo è stato dichiarato addirittura religione di salvezza, tanto quanto il cristianesimo, visto che gli ebrei non devono convertirsi, né è opportuno esercitare su di essi alcuna sollecitazione al riguardo, perché l’Antica Alleanza è sempre valida nei loro confronti; i secondi, poi, in nome della comune discendenza da Abramo e dalla religione del Libro (già; ma quale libro? il Corano è la stessa cosa dei Vangeli? e da quando?), possono ritenersi depositari di una verità che ha lo stesso valore di quella cristiana, come sta scritto nel documento di Abu Dhabi del 4 febbraio 2019, nero su bianco, per giunta chiamando Iddio a garante e ispiratore di una tale bestemmia. Inoltre, a differenza di Jean Meslier, è una ragione particolarmente ignobile quella che spinge i contro-preti d’oggi a falsificare la dottrina: una complicità, o peggio, col peccato, e specie con le degenerazioni sessuali, sodomia in primis. Che squallida ragione per arrendersi al mondo!…

Fonte dell'immagine in evidenza: Wikipedia - Pubblico dominio

Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
Nato a Udine nel 1956, laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Attualmente collabora con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi.
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