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25 Luglio 2018L’intera storia della salvezza si ricapitola nel mistero dell’Eucarestia, e tutta la ragion d’esser della Chiesa cattolica si trova nella celebrazione del Sacrificio eucaristico; senza Eucarestia non c’è più cristianesimo e quindi, logicamente, non c’è più Chiesa.
Già da questa semplice, ma decisiva osservazione, emerge con evidenza la drammatica responsabilità che il signor Bergoglio si è assunto, con tutta una serie di iniziative "pastorali", a partire dalla pubblicazione di Amoris laetitia, e proseguendo con gli incredibili pasticci imbastiti con la volonterosa collaborazione della Conferenza episcopale tedesca, per aver gettato il clero e i fedeli nella più totale confusione riguardo alla validità della Celebrazione eucaristica, sulla quale non c’era mai stata alcuna discrepanza di Magistero prima di lui, tranne che da pare degli eretici, mente ora succede che il Santissimo sacramento viene pensato ed attuato in un modo o in un altro in questa o quella diocesi, in questa o quella parrocchia, praticamente a discrezione del celebrante, introducendo un elemento d’incertezza dottrinale e, nello stesso tempo, di scandalo morale, quale mai si era registrato in duemila anni di storia della Chiesa. Incertezza e scandalo che ormai non riguardano più solo le condizioni di validità per accostarsi al Sacramento eucaristico da parte del singolo fedele che si trovi in condizione oggettiva di peccato, ma investe anche l’identità religiosa del soggetto che vi partecipa, come nel caso del coniuge protestante di un cattolico (o di una cattolica): il che, conoscendo quali sono le convinzioni teologiche dei protestanti sulla santa Eucarestia, si configura oggettivamente come una profanazione ingiustificata e ingiustificabile, dettata unicamente dal desiderio di compiacere e assecondare certi moti dell’animo umano e di strappare una facile popolarità, facendo mostra di progressismo e di apertura ecumenica. A questo punto, però, così come per la partecipazione di fedeli islamici alla santa Messa, siamo in presenza di qualcosa che stravolge radicalmente il senso della sacra liturgia e che si configura come un attacco vero e proprio contro il Sacrificio eucaristico, centro e cuore della santa Messa e quindi, contemporaneamente, centro e cuore della Chiesa cattolica. In parole ancora più semplici: se anche i peccatori impenitenti possono accostarsi alla santa Eucarestia; e se anche i seguaci di altre confessioni possono fare la stessa cosa; se la santa Messa non è più la celebrazione del Mistero eucaristico da parte dei fedeli cattolici, e solo dei fedeli cattolici, ma una cerimonia "aperta", ecumenista e multireligosa, allora non c’è più il cattolicesimo, non c’è più la fede cattolica, non c’è più la Chiesa cattolica, e, quel che è più grave di tutto, non c’è più lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo non è un autobus sul quale tutti possono salire, alle loro condizioni, per farsi portare dove ciascuno desidera; niente affatto: è il Consolatore promesso da Gesù ai suoi Apostoli, per conservarli e rafforzarli nella fede, contro i pericoli del mondo e la tentazione dell’incredulità.
Stiamo dicendo delle ovvietà, e, se la questione non fosse estremamente seria, diremmo, perfino, delle banalità: tanto è chiaro ed evidente che introdurre delle modifiche rispetto al Sacrificio eucaristico, così come la Chiesa lo ha sempre insegnato e celebrato, in piena fedeltà al Vangelo, equivale, di per sé, a un atto eretico. Certo, il terreno era stato preparato dalla riforma liturgica del 1969, della quale, o della cui approvazione, porta la responsabilità Paolo VI; e l’autorizzazione, che, in molti casi, è divenuto un incoraggiamento, e perfino una costrizione, a ricevere la Comunione sulla mano, ha segnato un passo ulteriore verso la desacralizzazione del più importante Sacramento della Chiesa cattolica, sul quale si regge tutto l’edificio della fede e quello della Chiesa stessa. Ora, però, stiamo arrivando al capolinea: le controversie sulla cosiddetta "intercomunione", non solo autorizzate, ma sollecitate dal signor Bergoglio, con l’invito alla Conferenze episcopale tedesca a "trovare un accordo" tra i favorevoli e i contrari, come se fosse compito dei vescovi di questa o quella conferenza episcopale definire le condizioni per la validità dell’assunzione del Sacramento eucaristico, sono la testimonianza eloquente di una vera apostasia in atto.
Eppure, sfogliando la produzione teologica, pastorale e dottrinale degli ultimi anni, ci si accorge che la deriva era già in atto nel clero, e che non giunge ora inaspettata; c’erano stati dei segnali. Lungi da noi volerci sostituire alla Congregazione per la Dottrina della Fede e impancarci a inquisitori e giudici di questo e di quello; ci limitiamo a prendere atto che già da qualche tempo circolano idee sulla santa Eucaristia, che non sono quelle che ci furono insegnate e presentate come la sola e vera dottrina cattolica, allorquando, bambini, siamo stati preparati alla prima Comunione. E non si dica che è solo questione di forma, di linguaggio, di comunicazione; perché, al contrario, è questione di sostanza, tanto più che la stessa forma, nella sacra liturgia, non è semplicemente un vestito che si fa indossare ai Misteri della fede.
A titolo di esempio, riportiamo una pagina tratta dal libro del padre cappuccino Oriano Granella Eucarestia: Pane, Vino e Spirito (Fidenza, Parma, Edizioni Eteria, 2015, pp. 65-67):
Il gesto di Gesù di spezzare il pane e far passare agli apostoli la coppa del vino accompagnata dalle sue parole che ne spiegano il significato: "Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue versato per voi", si conclude con le parole: "Fate questo in memoria di me" o come più esattamente dovrebbe essere tradotto: "Fate questo come mio memoriale" (I. Ieremias).
Queste parole richiamano quanto già veniva detto nella cena pasquale ebraica per ordine di Mosè:
"Questo giorno sarà per noi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione , lo celebrerete come un rito perenne" (Esodo, 12, 14),
La parola "memoriale" ha grande importanza perché non richiama il fatto psicologico, umano, col quale ci ricordiamo di un avvenimento passato, per gli Ebrei la loro liberazione dall’Egitto e per noi la morte di Cristo sulla croce, ma è celebrare un rito (il sacramento) mediante il quale si attualizza l’evento salvifico ricordato.
Il fatto storico con le sue concrete circostanze appartengono al passato e Gesù è morto una sola volta per noi, circa duemila anni fa, ma l’effetto salvifico di quell’evento, il suo morire per salvare noi dai nostri peccati e aprirci la via del cielo, è reso presente dallo Spirito nella Liturgia eucaristica. C’è quindi un’oggettività che nasce dall’azione dello Spirito Santo che rende presente e attuale per noi la Pasqua di Cristo.
Nel memoriale c’è insomma un intrecciarsi, o meglio incontrarsi e fondersi in un’azione di grazia di due elementi: da una parte la presenza di Gesù che salva, ci chiama, ci perdona, ci istruisce, e dall’altra la nostra risposta, espressa anche solo da un Amen (così sia), di adesione, che accoglie e benedice Dio di quanto ha operato in noi e per noi.
Riporto qui quanto già scritto nel volume "Storia della Salvezza e Liturgia" per comodità di chi non ha avuto tra le mani quel libro.
"Occorre rilevare come nel ‘memoriale’, al di là del nostro ruolo soggettivo (pure necessario) del ricordarci del Signore, c’è il ruolo fondamentale di Dio che anche in questo caso prende l’iniziativa della nostra Salvezza e ci in vita a ricordarci di quanto ha fatto per noi. È il ruolo che svolge la Parola di Dio proclamata nelle nostre assemblee liturgiche (…)
La forza del ‘memoriale’ sta proprio in questo concetto molto importante: non siamo noi che ci ricordiamo di ciò che Dio ha fatto per noi, ma è Dio stesso che ricorda a noi ciò che Egli ha fatto per noi. E ciò concorda pienamente con quanto si diceva sopra: è il Signore presente nella santa assemblea che ci parla e ci ricorda quanto Egli ha fatto per la nostra Salvezza e di nuovo ce ne applica la grazia che salva. Il vero concetto di memoriale non è, dunque, per niente soggettivo, né dipende dal nostro ricordarci di Lui, ma esprime, come già avveniva nell’Antico Testamento, la presenza e l’azione di Dio, e perciò diventa un "memoriale" oggettivo ed efficace (come appunto è la Liturgia) perché mentre ricorda rende di nuovo presente l’efficacia salvifica dell’avvenimento ricordato" ("Storia della Salvezza e Liturgia", pag. 301).
Con il dovuto rispetto, ci sono alcune cose che non ci convincono, nel discorso di padre Granella, e che non concordano con quanto ci risulta essere la vera dottrina cattolica. Lo diciamo senza alcuna animosità, convinti che si può sbagliare in buona fede; ma che, in sostanza, uno sbaglio è uno sbaglio e va chiamato col suo nome, perché errare è umano, ma perseverare è diabolico. E anche in questo caso, come in tanti altri, il "male" parte della filologia: da quando i teologi hanno fatto una indigestione di filologia, poi si sono auto-nominati maestri dei pastori, e i pastori, umili e obbedienti, hanno preso per oro colato ciò che i teologi, dopo aver fatto indigestione di filologia, insegnavano loro. Doppio capovolgimento, quindi: perché non sono i teologi che devono insegnare la dottrina ai pastori, ma i pastori che la devono insegnare a tutti gli altri, teologi compresi; e perché la filologia è uno strumento nelle mani dei teologi, ma non è l’alfa e l’omega della teologia, non ne è l’arbitra, non ne stabilisce la prospettiva, non ne detta le regole. Tutto nasce da una sopravvalutazione filologica del termine memoriale; e, forse, anche da una sopravvalutazione storica dell’analogia fra la santa Messa e la Pasqua ebraica; infine, da una commistione fra le due cose. È vero, infatti, che, per gli ebrei, la pasqua era un memoriale della loro liberazione dalla schiavitù in terra d’Egitto; ed è anche vero che Gesù si ispirò, in una certa misura, a quel concetto di memoriale, per istituire il Banchetto eucaristico. Però l’analogia finisce qui. Per gli ebrei, la celebrazione pasquale era solo un ricordo della loro liberazione passata; per i cristiani, l’Eucarestia non è solo il ricordo della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù, ma è il suo ripetersi, Non è vero, siamo spiacenti per l’autore della pagina sopra riportata, che il fatto storico con le sue concrete circostanze appartengono al passato e Gesù è morto una sola volta per noi, circa duemila anni, perché nel Sacrificio eucaristico quel fatto si rinnova, si rinnova tante volte quante volte esso viene celebrato: mille volte, un milione di volte, cento milioni di volte, sempre, in qualunque momento. È per questo che san Tommaso d’Aquino — che, come teologo, valeva qualcosa più di tutti i Karl Rahner messi insieme — diceva che il Sacrificio eucaristico è il miracolo più grande di tutti, perché il sacrificio di Cristo ebbe luogo una sola volta, mentre l’Eucaristia si rinnova di continuo. E non giova, a correggere il tiro, dire, come fa padre Granella, che l’effetto salvifico di quell’evento, il suo morire per salvare noi dai nostri peccati e aprirci la via del cielo, è reso presente dallo Spirito nella Liturgia eucaristica; perché l’effetto (più avanti l’autore aggiunge un ulteriore concetto, quello di efficacia) di una cosa non è lo stesso che la cosa medesima; e nel Sacrificio eucaristico non c’è solo l’effetto della Redenzione, ma c’è proprio l’atto del Sacrificio, perché c’è la presenza viva del Corpo e del Sangue di Cristo. Leggiamo nel Catechismo degli Adulti, pubblicato dalla C.E.I. e non da qualche strana setta di cattolici tradizionalisti (Roma, 1995, cap. 16, § 690, pp. 329-330):
A motivo di questa memoria che si fa presenza, la Chiesa non esita a considerare l’eucarestia vero sacrificio, senza timore di compromettere l’unicità del sacrificio della croce: "Celebrando il memoriale del tuo Figlio, morto per la nostra salvezza, gloriosamente risorto e asceso al cielo, nella’attesa della sua venuta, ti offriamo, o Padre, in rendimento di grazie questo sacrificio vivo e santo" (…) L’eucaristia non compromette l’unicità della croce, perché non è una ripetizione né un’aggiunta, ma la ripresentazione, qui e ora, sotto i segni sacramentali, di quello stesso atto di donazione con cui Gesù è morto ed è stato glorificato. "Anche noi oggi offriamo quel sacrificio, quello offerto una volta quello inesauribile… Noi non compiamo un altro sacrificio… bensì sempre lo stesso; meglio, noi facciamo il memoriale di quel sacrificio" (San Giovanni Crisostomo, "Omelie sulla Lettera agli Ebrei, 17, 3). Il sacrificio pasquale "fu compiuto una colta per sempre" (Eb 10,10): ma rimane sempre attuale presso il Padre come "redenzione eterna" (Eb 9,12). Cristo nello Spirito offre al padre se stesso, la Chiesa e tutta la creazione. Esprime visibilmente questa offerta nel rito liturgico, che è innanzitutto un suo gesto simbolico. La Chiesa, animata dal medesimo Spirito, si associa a Cristo nello stesso rito e offre al Padre lui e se stessa con lui" ("Lumen Gentium", 11).
Anche il Concilio dunque su questo punto conferma la Tradizione perenne: il Sacrificio eucaristico è un memoriale, ma non nel senso ebraico, bensì nel senso cristiano: è presenza viva di Cristo che offre sé al Padre per amor nostro, rinnovando l’atto di 2000 anni fa a Gerusalemme. Il cristianesimo non è l’ebraismo, è un’altra cosa: col permesso dei teologi progressisti e dei nostri fratelli maggiori.
Fonte dell'immagine in evidenza: Catalogo Generale dei Beni Culturali | Giovan Andrea Commodi - Sant'Ignazio celebra la messa (1622-1638)