
Heinrich Videsott: solo e sempre sacerdote
9 Settembre 2017
Tempo di prova
10 Settembre 2017C’è un solo modo per ascoltare la voce della chiamata divina, ed è quello di sottrarsi ai rumori del mondo e prendersi degli spazi di solitudine per riflettere, adorare, ascoltare. Se si spreca la solitudine con attività futili e oziose, ascoltando musica rock o la radiocronaca della partita di calcio, non si udrà un bel nulla. D’altra parte, per capire la necessità di questi spazi di silenzio e raccoglimento — perché di una vera necessità si tratta, per l’anima, come del cibo e delle bevande per il corpo — bisogna essersi posta la domanda, almeno qualche volta, e con una certa serietà, su quale sia il significato della nostra vita terrena. Chi non se l’è mai chiesto, o chi dà per scontato che un significato non ci sia, oltre a quello di andare a caccia di emozioni gradevoli e di esperienze gratificanti, e scansare il più possibile fatiche, responsabilità e sacrifici, non avvertirà neppure un simile bisogno; al contrario, eviterà la solitudine come un’arcigna nemica, e farà di tutto per essere sempre in mezzo agli altri, o, in mancanza degli altri, in mezzo ai gingilli rumorosi della tecnologia: televisione, computer, telefonino, che lo assorbono e gli danno comunque l’illusione di essere in compagnia. Non bisogna tuttavia pensare che una simile domanda sia di tipo puramente intellettuale, e quindi che possa nascere solo nella mente di una persona adulta, magari dotata di una cultura superiore alla media; no, è una domanda che può sorgere anche in un bambino che ha appena imparato a leggere, ma che possiede una naturale tendenza alla riflessione, all’introspezione, alla spiritualità.
Un tipico esempio di chiamata in età precoce è quello offerto da don Luigi Guanella (Fraciscio di Campodolcino, Sondrio, 19 dicembre 1842-Como, 24 ottobre 1915), proclamato santo nel 2015, fondatore dei Servi della Carità e delle Figlie di Santa Maria della Divina Provvidenza. Nono di tredici fratelli di un paesino arrampicato a 1.350 metri d’altezza, fin da piccino aiutava la famiglia conducendo al pascolo le pecore. All’età di nove anni, il giorno stesso in cui aveva ricevuto la prima Comunione, conducendo il gregge sui pascoli — perché, nella vita dei contadini e specialmente dei pastori non c’erano giorni del tutto festivi – sentì il bisogno di appartarsi per pregare e leggere il libriccino devozionale che gli era stato dato dal sacerdote, ed ebbe una vera esperienza mistica. Si sentì chiamare per nome, tre volte, da una voce di donna; indi gli apparve una Signora che, alzando un braccio, gli fece vedere la sua vita futura, e disse semplicemente: Farai tutto questo per i poveri, poi disparve. È notevole che una simile esperienza sia accaduta a un bambino che, per l’età e per il carattere, non era in grado d’inventarsela; e che sia comparabile con quelle capitate anche ad altri bambini, pure essi pastorelli, come a La Salette, a Fatima e anche a Lourdes (Bernadette Soubirous aveva pascolato le greggi, prima di fare la cameriera nella taverna dei suoi genitori): come se la parabola del Buon Pastore indicasse una speciale preferenza di Dio, oltre che per i piccoli, per i pastori (i primi, del resto, ad assistere alla nascita di Gesù Cristo, a Betlemme); o meglio, per le due categorie insieme.
C’è da chiedersi quanti di noi avrebbero le idee molto più chiare, fin da giovani, su quel che vogliono fare della loro vita, quale scopo e quale significato darle, se fossero soliti dedicare un po’ di tempo al silenzio e all’ascolto. Non all’ascolto di se stessi, come recita il mantra della cultura dominante, antropocentrica e materialista; non all’ascolto dell’inconscio, come vuole la psicanalisi; ma all’ascolto di Dio, che parla in noi e a noi. Se alcune persone, infatti, possono far emergere le buone disposizioni e i lati positivi di se stesse in maniera naturale, per altre è essenziale trovare un catalizzatore capace di risvegliarle e attivarle; altrimenti, può accadere che persone belle, generose, idealiste, per mancanza di una chiarificazione interiore, finiscano per ripiegarsi su se stesse e per sprecare la propria vita, disperdendosi in cose di nessun valore morale, che lasciano l’anima vuota come un deserto assolato. Così come un buon equipaggio ha bisogno di un buon capitano per rendere al massimo, perché, senza di lui, ciascun marinaio lascerebbe inespresso il proprio valore e la propria perizia, e, magari, li dissiperebbe in bevute e gozzoviglie, così anche la nostra anima ha bisogno di qualcuno o di qualcosa che mettano in movimento la nostra parte migliore, la liberino dalle erbacce, le consentano di crescere e di svilupparsi; e, perché ciò avvenga, è necessario poter udire la voce della chiamata. La chiamata di Dio è per tutti gli uomini, e si rivolge a ciascuno in maniera specifica, a seconda del carattere, dell’intelligenza, della volontà, eccetera; a tutti, però, chiede sostanzialmente la stessa cosa: di deporre il fardello dell’io e di lasciarsi maneggiare, di rendersi simile alla creta affinché Lui, il grande Vasaio, ci modelli secondo il suo piano amorevole e perfetto, conferendo, così, un pieno significato alla nostra esistenza. Noi abbiamo due possibilità, rispondere di sì, oppure di no: nel primo caso, troveremo anche la nostra più profonda realizzazione — che non si misura, è ovvio, in termini di successo economico, o di potere, o di godimento; nel secondo, ignorando la voce di Dio, e credendo di fare chissà che cosa con le nostre sole forze, finiremo per perdere anche noi stessi. Perché l’uomo che dice di sì a Dio, che si affida alla sua volontà, che si lascia guidare da Lui, può tutto; mentre l’uomo che dice di no, smarrisce se stesso, diventa nemico di se stesso e, in un modo o nell’altro, si logora, si consuma, si autodistrugge — magari dietro le apparenze ingannevoli del successo, del potere e del piacere. Ma ciò che avviene nella sua anima, lo sanno lui solo e Dio: e ciò che, agli occhi del mondo, può apparire come il massimo dei trionfi, potrebbe essere, invece, nel segreto della coscienza, la peggiore delle disfatte. E, naturalmente, viceversa.
Il commovente episodio relativo a don Guanella è stato così ricordato da Suor Maria Teresa Nocella nell’articolo Sulla roccia di Gualdera (su La Voce, Roma, bimestrale delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza, Opera Femminile don Guanella, n. di gennaio-febbraio 2017, pp. 16-19):
È il giovedì santo del 1852. Il piccolo Luigi Guanella nella chiesa di San Rocco ha ricevuto la prima Comunione. Ora gli dicono di andare al pascolo di Gualdera con le sue pecorelle ed egli va, spinto anche da una forza interiore che lo invita ad una preghiera più profonda. Una preghiera ridente come i pascoli che si stanno rivestendo di fiori a primavera, una preghiera ricca come i boschi fitti di conifere, una preghiera forse anche dura, come la roccia sulla quale intende andare a nascondersi per stare solo con il suo Dio.
Dalla casa paterna Luigino scende verso il Rabbiosa. Lo attraversa, saltellando con moderazione sui grandi sassi che formano il letto del torrente tanto amato, s’inoltra nel sentiero ombreggiato dai larici, per giungere ai pascoli di Gualdera, dove sono le baite del nonno sul Motto del Vento, illuminato oggi dal sole. Il Motto del Vento, uno scoglio, egli dice "quasi muraglia di 20 metri lungo e 8 metri alto". I monti sono stati sempre privilegiati come luogo di rivelazione o di manifestazione di Dio. La configurazione della montagna, elevata verso il cielo e dove maggiormente si gode il silenzio e la bellezza ella natura, ha ispirato uomini biblici, che l’hanno considerata come luogo ideale dell’incontro con Dio. Lo stesso don Guanella così un giorno si esprimerà nel suo celebre "Addio" alla valle Calanca: "tu mi hai aperto… davanti allo sguardo i feraci pascoli dei tuoi estesi monti; m’hai fatto gustare la taciturnità silenziosa della tua stagione estiva e mi hai aperto la mente a scorgere e ad ammirare in te la maestà di Dio che manifesta ‘in montibus’ la sublimità sua, la sua bontà, la sua provvidenza ammirabile".
Ma non su un’alta montagna Dio ha scelto di dimorare nell’Antico Testamento, bensì sulla collina di Sion; così per don Guanella, non è stato scelto il maestoso Pizzo Stella, ma il Motto del Vento, la roccia di Gualdera. Su questa roccia, dove il vento fa sentire la sua voce, a volte leggera, a volte tempestosa, al piccolo Luigi si rivela la presenza di Dio, attraverso la voce di una Donna. La roccia di Gualdera diventa la voce di una Presenza.
Una cavità di questa riccia offre rifugio e riposo al pastorello che si è nutrito per la prima volta dell’Eucaristia. In questo raccolto silenzio viene "vissuta da Luigino un’esperienza di grazia così vivace, da diversa considerare ‘in nuce’ una comunicazione soprannaturale, momento mistico di elezione a particolare compito nella Chiesa. Commovente la ‘voce di Donna’, che lo chiama per nome, evocando la presenza della Madre e la vocazione dei profeti, la cui avventura quasi sempre comincia col sentirsi chiamare per nome. Per tre volte si ripete la voce misteriosa: come a Samuele, come a Pietro, quando il Signore gli domandò: ‘Mi ami tu?’. Segno di parola forte, distinta, volitiva, portatrice di un disegno" (don W. Bogoni, sdc).
Ascoltiamo il racconto che egli fa di questa singolare esperienza nelle due versioni: l’una raccontata in terza persona nell’autobiografia "Le vie della Provvidenza"; l’altra — si era nel 1907 — svelata al nipote don Costantino. Si completano e s’illuminano a vicenda.
"Venne anche il giorno della prima Comunione, sui nove anni di età. Pareva al giovane Luigi che il giorno della prima Comunione l’avrebbero passato meglio nella solitudine di Gualdera (la stagione era primaverile). In questo alpeggio, presso la cascina paterna, si solleva un piccolo colle detto Motto, sostenuto a mezzodì da uno scoglio, quasi muraglia, di 20 metri lungi e 8 metri alto. A metà dello scoglio sono due piccoli prati a forma di divano. Ora in uno, ora nell’altro, Luigi si raccoglieva solo a pregare o a riposare. Quel giorno egli si adagiò nel primo divano, deciso a rimanervi a luogo in preghiera ed in lettura. Intanto nel suo cuore si svolgeva un paesaggio di soave dolcezza, quasi di paradiso, che lo persuadeva ‘a forti propositi di bene’. Durò per pochi minuti, ma gli lasciò, fino ai suoi settant’anni, un soave conforto ed un ricordo che vorrebbe pur perpetuare nella pietra, molto più che la sorella Caterina…, si sa che ivi, guidata da Dio, si raccoglieva pure molte volte in dolcezze spirituali di preghiere e pie letture".
"Il giorno della mia prima Comunione, mentre badavo alle bestie, seduto sotto la balza [di Gualdera], mi posi a fare un po’ di ringraziamento. A Gualdera ero solo solo. A un certo punto, col libretto di preghiere tra le mani, mi lascia vincere dal sonno.
Improvvisamene sentii una vice chiara e limpida di donna che mi chiamava: "Luigi!". Svegliato, mi domandai: Chi è che mi chiama? Sono qui solo solo, Pensai: Sarà un sogno! Mi rimisi a leggere il mio libretto; ma ancora mi appisolai. Di nuovo la voce mi chiamò: "Luigi, Luigi!". Non sapevo rendermi conto, essendo solo lassù. La cosa si ripeté per una terza volta. Pensavo di essere vittima di un’allucinazione, ma la voce si fece sentire più forte e distinta: "Luigi, Luigi!". Ed ecco che vidi una Signora che, movendo il braccio destro come a indicare una cosa, mi disse: "Quando sarai grande, farai tutto questo per i poveri". E come in un cinematografo vidi tutto quello che avrei dovuto fare".
I cristiani moderni hanno uno strano modo di porsi di fronte al Vangelo: lo prendono sul serio fin dove esso si conforma alla loro mentalità (moderna), e dove ciò non è possibile, lo interpretano allegoricamente. I teologi protestanti della cosiddetta scuola liberale sono stati i primi ad assumere, all’inizio del XX secolo, questa posizione, frutto del loro approccio scientifico all’esegesi biblica e neotestamentaria: a forza di razionalizzare, hanno perso di vista l’essenziale. L’essenziale è la fede, e non viene dalla scienza, né da i libri. Se fosse altrimenti, il cristianesimo non sarebbe una fede, fondata sulla rivelazione soprannaturale, ma una delle tante ideologie di questo mondo, magari con qualche pretesa scientifica, o, quanto meno, razionalistica. È un grave errore prendere allegoricamente le parole di Gesù: Beati i piccoli; se non diventerete simili a loro, non entrerete nel regno dei Cieli! Gesù non parlava, in quel caso, per allegorie; no: i "piccoli" sono proprio i semplici, le anime che accolgono la Rivelazione con fiducia, così come fanno i bambini. Con la differenza che i bambini, naturalmente aperti al meraviglioso, lo fanno senza sforzo; gli adulti, specie se molto istruiti, trovano difficilissimo "rinunciare" alla loro sovrastruttura razionalista. Razionalista, si badi, non razionale: grandi filosofi come san Tommaso d’Aquino hanno studiato la relazione fra Dio e l’uomo con una robustissima impalcatura razionale. Ma essi sapevano che la razionalità non è tutto; che la fede è un di più, non un di meno, rispetto ad essa: ed erano abbastanza umili da farsi piccoli, come raccomandato da Gesù, per poterla accogliere. Ti rendo lode, o Padre, Signore del Cielo e della terra, perché hai rivelato queste cose ai piccoli e ai semplici, e le hai nascoste ai sapienti e agli intelligenti!, dice ancora Gesù. E non lo dice simbolicamente: lo dice sul serio, nel pieno significato delle parole. I cristiani moderni non capiscono, o piuttosto non vogliono vedere, che la modernità stessa è la summa delle tendenze anticristiane presenti nella storia umana: dove c’è la modernità, il sacro dilegua, il divino sparisce, e resta solo l’Uomo con la sua immensa superbia intellettuale. Perciò, per tornare a Dio, si deve guarire dalla malattia chiamata modernità…
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