
Che relazione c’è fra peccato e castigo?
5 Giugno 2017
Tutti guardavano in cielo la cometa di Halley, ma Galilei aveva altro da fare
6 Giugno 2017C’erano tre strade per arrivarci: una, imboccando via Tricesimo, che coincideva, in pratica, prima della costruzione della tangenziale, con la Statale Pontebbana, e poi girando a destra, all’altezza di via Piemonte, dove sorgeva un grande negozio di articoli sportivi, da Fiascaris, poi trasferito altrove; un’altra, partendo proprio dall’inizio di viale Tricesimo, poco dopo piazzale Chiavris, una strada allora del tutto campestre: via Monte Santo; la terza, quella seguita anche dall’autobus urbano, che imboccava Viale Vat, lungo la Roggia, e poi, all’altezza di via del Maglio, dove si congiungeva con via Monte Santo e dove sorgono tuttora un ponticello e una vecchia fontana, che risaliva lungo la via Alessandria, quieta e diritta, fiancheggiata da case e villette, coi loro cortili e giardini. Tutte e tre arrivavano alla piazza di Paderno, proprio di fronte alla chiesa.
Oddio, piazza; anche se si chiamava e si chiama così, è appena uno slargo, dove la via Piemonte da ovest, la via Alessandria da sud, e la via Torino da est, s’incontrano, proprio davanti alla chiesa parrocchiale, lievemente sopraelevata, dalla facciata in stile neoclassico, suddivisa in tre zone da quattro semicolonne e sovrastata da un frontone a timpano, sul quale svettano due angeli bianchi dalle ali spalancate, molto originali, pur non essendo dei capolavori. A sinistra, davanti al massiccio campanile a pianta quadrata, un pretenzioso monumento ai Caduti a forma di loggia, sostenuta da snelle colonne; e, più oltre, la casa canonica, un tipico edificio signorile ottocentesco, dalla facciata grande, lunga, massiccia, coi muri perimetrale spessi, le finestre piccole al piano terra, forse di un magazzino completamente rifatto e trasformato, e quelle grandi al primo piano, allineate, regolari, coi loro scuri di legno spalancati, lasciando i vasi di gerani in vista; poi, al secondo piano, un’altra fila di finestrini, poco più che lucernari, subito al di sotto del tetto di tegole, breve, semplice: quei possenti edifici di una volta, freschi d’estate e caldi d’inverno, senza fronzoli, maschi, quasi rudi, fatti per durare nel tempo, per sfidare le guerre e i terremoti, e non per civettare e far mostra di leggiadra eleganza. E anche le altre case, sebbene più modeste, più ordinarie, erano costruite con gli stessi criteri; non quelle di via Alessandria, più recenti, con qualche modesta pretesa di distinzione, se non altro per i loro giardinetti da piccola borghesia, ma anche più ordinarie, bensì quelle di via Piemonte e soprattutto quelle di via Torino: case robuste, ormai di campagna, squadrate, per lo più dipinte a calce, bianche, ocra, gialline, con le finestre allineate, gli scuri di legno; pochi fiori, niente balconi, niente stucchi. Architettura semplice, sobria, facciate quasi da convento, o da caserma, ma che davano un senso di protezione, di sicurezza, come dei fortilizi.
Che cosa c’era di tanto speciale, in quel luogo? Dicono che Dostoevskij camminasse per ore, attraversando tutta Pietroburgo, per poter assistere allo spettacolo del sole che, al tramonto, incendiava i vetri di un certo edificio: uno spettacolo fantastico, che durava appena qualche istante: ma valeva la pena aver fatta tanta strada e dedicato tutte quelle ore, per poi godere quegli attimi impagabili di eternità, fuori dal tempo e dallo spazio. E così era, per noi, quel luogo apparentemente insignificante, senza monumenti artistici, senza parchi o alberi maestosi, senza nulla di speciale, eppure affascinante in qualche sua maniere inspiegabile, non per questo o quel dettaglio, ma per tutto, tutto e niente: il fatto che fosse all’estremità settentrionale della città, in faccia alle montagne, belle e severe, anche se un po’ malinconiche; e poi quelle facciate bianche, quei muri spessi, quegli scuri di legno, quel non so che di vagamente esotico, di austriaco, di ungherese, quella sensazione che il tempo, lì, si fosse un po’ fermato, o avesse rallentato alquanto la sua corsa, e la modernità segnasse il passo. Poche automobili, niente supermercati, nessun segno dell’incipiente consumismo, gente vestita alla buona, come in campagna, che non sa cos’è lo shopping, e quelle poche botteghe che non si curano di abbellire le vetrine, dove i negozi servono per vendere la merce e non per far mostra di sé. Intorno, i campi; e, su tutto, quella chiesa, dalle linee semplici, ma armoniose, con quegli angeli che svettano nel cielo azzurro: quell’aria di borgo, di paese, non di città.
Ci siamo chiesti tante volte, in seguito, nel corso degli anni, che cosa possa impressiona re così tanto la fantasia di un bambino in un quartiere periferico senza attrattive, come una donna non più giovane, mai stata bella, eppure, a suo modo, interessante, attraente; perché quelle strade, quelle case, quel palazzotto che forse anticamente era una stalla, quel campanile, quella chiesa, dove forse non eravamo mai neppure entrati, esercitassero un’attrattiva così forte, da indurre i pensieri a ritornarvi spesso, a carezzare quel ricordo, quella scena, quello scorcio di vecchi edifici dai muri spessi, vicini gli uni alle altri, come soldati che si sorreggono a vicenda in vista dello scontro; e quel profumo di campagna, quei voli di rondini, quel cielo più chiaro, quell’aria più frizzante, col vento che scende liberamente già dai monti, senza trovare alcun ostacolo davanti a sé, nella vasta pianura verdeggiante. E perché la chiesa, proprio la chiesa, perfino senza entrarvi, desse all’insieme quel tocco di bacchetta magica, quel senso d’incantesimo, quel trasporto dell’anima, quel rapimento in un altrove felice.
No, non è solo l’altrove dell’infanzia; o meglio, l’infanzia c’entra, sicuramente, ma non nel senso puramente estetico, proustiano, della ricerca del tempo perduto: ma perché il bambino, che vede ogni cosa con stupore, è anche più aperto a sentire il richiamo dell’Assoluto; e quel richiamo, nella nostra civiltà, negli atti e nei pensieri dei nostri genitori, dei nostri nonni, nelle parole delle nostre maestre, nel nostri sangue, nella nostra terra, nelle nostre radici, nella nostra identità, in quello che fa di noi quello che siamo, vuol dire religione, e più precisamente cattolicesimo. L’infanzia è più aperta e ricettiva a cogliere la voce di Dio, semplicemente perché è più sgombra d’inutili fardelli, di preoccupazioni talvolta dure e inevitabili, talaltra assurde, gratuite, fabbricate dai falsi miti del progresso: per cui il bambino ode le voci, ode i richiami, vede quello che gli altri non vedono, solo che, il più delle volte, non lo sa. Non lo sa, ma intanto ascolta, guarda, e impara; anche se non capisce, o meglio non capisce in senso logico e razionale, e tuttavia capisce, sì, alla sua maniera, e capisce con una tale intensità, che niente e nessuno potranno mai strappargli via la freschezza delle sue impressioni, per quanto il mondo faccia, o faccia lui stesso, nell’età adulta. Come sono ridicole e penose le associazioni per lo sbattezzo: ma cosa credono, che si possa strappar via lo Spirito di Dio, così, con un cerimonia alla rovescia, con un atto della volontà, e, magari, con un pezzo di carta che lo certifichi, e di cui vantarsi, facendone un quadretto da appendere alla parete, così come, bambini, appesi alla parete c’erano i quadretti di Maria Vergine o dell’Angelo Custode? No, non è questione di volontà, non è questione di logica discorsiva: è questione di Assoluto, e l’Assoluto spira dove e quando vuole. Certo, noi possiamo dire di no, ma quel no viene solo dal piano della razionalità discorsiva, non da ciò che di più profondo alberga nella nostra anima. E ciò che di più profondo abita in noi, è Dio, che ci chiama, che ci ha chiamati, ancora prima che noi venissimo al mondo, e ancora prima che fossimo concepiti. Dio ci ha chiamati da sempre, dall’eternità: quando noi veniamo al mondo, quando apriamo gli occhi al mondo, quando cominciamo a ragionare, a capire e a far domande, è come se ritornassimo là dove eravamo già stati, perché noi eravamo già presenti nella mente di Dio, fin da prima che il mondo venisse creato, fin da prima che le galassie cominciassero a espandersi nell’immensità dell’universo.
Ecco perché un angolo quieto fuori mano, un sobborgo cittadino ai limiti della campagna, una strada di vecchie case allineate, bianche di calce, col tetto di coppi, e quel campanile, quella facciata della chiesa, una chiesa senza pretese artistiche, che nessuna guida turistica menziona, che non contiene neanche un affresco, un quadro di pregio, e che mai nessuno verrà a vedere appositamente, neanche dal centro cittadino che è ad appena tre chilometri, tanto meno da fuori: ecco perché tutto questo parla, e parla in un linguaggio fatto di luci, di odori — l’odore di benzina, l’odore di vernice fresca, il profumo del rosmarino, quello della lavanda -, di sensazioni, di ricordi, di rivelazioni improvvise, che l’anima del bambino è capace di cogliere, anche se non ne afferra la reale portata; anche se, sul momento, li vive con stupore, sì, ma senza penetrarne l’intimo significato. Eppure, nella vita, nulla ci viene incontro a caso e nulla va perduto, anche se noi crediamo d’averlo dimenticato. Certe impressioni dell’infanzia restano lì, come un messaggio in bottiglia affidato alle onde del mare: forse impiegherà anni, forse impiegherà decenni, ma, un bel giorno, le onde lasceranno quella bottiglia sulla spiaggia, una mano la prenderà, uno sguardo noterà il messaggio, lo tirerà fuori e lo leggerà. E qui siamo noi stessi che ritroviamo il nostro messaggio dimenticato, lo apriamo e lo riconosciamo: eccolo!, restiamo sbalorditi, e tuttavia è proprio così: noi, proprio noi, avevamo infilato quel messaggio nella bottiglia e l’avevamo affidato alle onde del mare; e adesso le onde ce l’hanno restituito, e noi comprendiamo, magari dopo vent’anni, dopo trent’anni, dopo quarant’anni, il senso di quel messaggio, che, sul momento, non sapevamo quale fosse, ma che un istinto infallibile — oppure è stato Qualcosa o Qualcun altro? – ci ha suggerito di non gettare, di non disperdere, di custodire, di affidare a Qualcosa o a Qualcuno che ce lo rendesse, un giorno, non importa quando, non importa dove.
Ed ecco la grande scoperta: che, nella vita, tutto si tiene. È come un grandioso ricamo, un ordito delicato e complesso, che filiamo ogni giorno, ogni ora, ogni istante; anzi, non siamo noi a filarlo, noi ci limitiamo a seguire quella trama, ad accompagnare quei disegni; non siamo noi, è Lui, è quella Presenza, che lo sta filando, e noi ne seguiamo l’evoluzione; qualche volta ci allontaniamo, spezziamo perfino la trama, poi torniamo ad accostarci, ad accompagnarlo, sospinti da una forza più grande di noi. Noi siamo come le pagine bianche di un libro, un libro che Dio ha rilegato prima che il mondo cominciasse ad esistere: e ogni pagina è una chiamata, è un occasione, è un richiamo. Ma noi, il più delle volte, non ce ne rendiamo conto; sfogliamo le pagine, distratti, presi da mille cose, da mille distrazioni; non comprendiamo neppure che quello è il libro della nostra vita, crediamo che sia un gioco, un passatempo, pensiamo di aver cose più importanti e più urgenti delle quali occuparci, a cominciare dalla ricerca della felicità. E non ci rendiamo conto di averla lì, davanti a noi, in quelle pagine bianche, in quelle possibilità ancora inespresse, in tutto quel futuro che siamo chiamati a vivere, ma che sprechiamo inseguendo cose vane, capricci momentanei, futilità di ogni genere, o, peggio, sprofondandoci nel vizio, nel fango, in ciò che ci rende sempre più pesanti e sempre più ciechi, più sordi al richiamo costante di Lui. E più sprofondiamo, più vediamo solo il nostro piccolo io, che riempie di sé ogni cosa, che fa da ostacolo fra noi e la Luce, fa da filtro fra noi e la Verità: perché, fino a quando non riusciremo a sbarazzarcene, non vedremo mai le cose come sono realmente, nella loro bellezza incomparabile: potremo solo ricordarle come le abbiamo viste nell’infanzia, quando un po’ di quella luce le avvolgeva e le trasfigurava, perché il nostro ego, benché grande, era relativamente pulito, non ancora ingombro di ambizioni smodate e di brame disordinate, come lo è, il più delle volte, quello delle persone adulte.
Mano a mano che s’impara a liberarsi dal fardello dell’ego, si ricomincia a veder le cose come sono realmente: bellissime, uscite fresche e meravigliose dalla mano di Dio; e si ricomincia a udire il Suo richiamo, a intravedere il Suo splendore. E si comincia a capire che le cose ci parlano: parlano il linguaggio di Dio, che ci chiama costantemente a Sé. Tutta la nostra vita non è che la ricerca della strada perduta, che un tempo conoscevamo, e poi non sappiamo più. Dio ci chiama; noi resistiamo, facciamo orecchi da mercante. Lui continua a chiamarci, noi a fingere di un udire. Eppure, in qualche angolo dell’anima, noi sappiamo, Lo udiamo e quasi Lo vediamo: ci sta chiamando a casa. Perché la nostra casa non è di quaggiù, e noi siamo qui in esilio. Vi è una immensa dolcezza nella vita, ma anche una sconfinata malinconia. Nessuna gioia ci soddisfa pienamente, e sempre, anche nelle ore più liete, s’insinua un senso di malinconia. Poi ci sono le delusioni, le amarezze, le sconfitte: sappiamo che sono prove necessarie, che senza di esse non si evolve, non ci eleva; però, a volte, si vacilla sotto il loro peso, si ha l’impressione di annaspare, di essere sul punto di cadere. E forse lo siamo realmente. Eppure, una mano ci tiene; una mano amica ci sorregge. Ciò non toglie che, talvolta, ci sentiamo il cuore trafitto da una disperata nostalgia: sono i momenti in cui l’essere cittadini di quaggiù ci pensa terribilmente, ci fa quasi soffocare, come se non avessimo sufficiente aria da immettere nei polmoni. E sono i momenti nei quali la nostra anima vorrebbe volarsene via, impaziente, per godere di quella luce, di quella pace, di quella gioia cui sente d’esser stata destinata, da sempre, da prima che il mondo fosse. Sì, perché noi siamo fatti per la gioia, non per la sofferenza; per la vita e non per la morte: ma non per le gioie di quaggiù, che non durano, e sempre si mescolano a un che d’amaro, né per la vita di quaggiù, così spesso faticosa, come un erto sentiero di montagna, cosparso di spine e sassi; bensì per la gioia perfetta e la vita vera, quella che non finisce e non inganna, simile a un fiume che scorre verso l’oceano senza confini dell’amore di Dio…
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