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4 Aprile 2017La vita è lotta: per essercene scordati, faremo pagare ai nostri figli un prezzo salatissimo

La vita è lotta. I nostri genitori e i nostri nonni lo sapevano perfettamente, come l’hanno sempre saputo tutte le generazioni che ci hanno preceduti; soltanto noi, il frutto malato della "civiltà del benessere", ce ne siamo un po’ scordati; e il nostro errore non saremo noi a pagarlo, perché noi, bene o male, vivremo di rendita, consumando quel che altri hanno realizzato e dissipando ciò che altri hanno accumulato, sia sul piano materiale che su quello spirituale: a pagare il conto saranno i nostri figli e nipoti.
E sarà un conto maledettamente salato.
Ci siamo rammolliti; il lungo periodo di pace di cui ha goduto l’Europa dopo magnifiche la Seconda guerra mondiale, insieme all’errata convinzione che le magnifiche sorti e progressive della democrazia, della tolleranza, della solidarietà internazionale non avrebbero potuto che procedere di traguardo in traguardo, di vetta in vetta, sempre più in alto, senza conoscere mai regressi o sconfitte, hanno contribuito al formarsi di una concezione non realistica della vita, tutta in rosa, dove il diritto e la giustizia trionfano sempre, le malattie vengono sconfitte, la natura è domata e i cattivi istinti dell’uomo sembrano evaporati, dissolti, scomparsi.
Osserva Arthur Schopenhauer ne Il mondo come volontà e come rappresentazione (II, § 27; da: A. Schopenhauer, Il pensiero filosofico e morale, a cura di Giangiorgio Pasqualotto, Firenze, Le Monnier, 1981, p. 66):
Non c’è vittoria senza lotta: l’idea superiore, o superiore obiettivazione della volontà, pur potendo giungere solo dalla sconfitta di quelle inferiori, deve subire la resistenza di queste, le quali, benché dominate, tendono sempre ad arrivare alla manifestazione libera e compiuta della loro essenza. Come la calamita che ha sollevato un pezzo di ferro, sostiene una continua lotta contro la gravità — la quale, essendo la più bassa obiettivazione della volontà, ha un diritto originario sulla materia di quel ferro ed in questa continua lotta la calamita si rafforza quasi stimolata dalla resistenza ad uno sforzo maggiore, così ogni fenomeno di volontà — anche quello che si manifesta nell’organismo umano — sostiene una lotta incessante contro le molte forze fisiche e chimiche, che, essendo idee inferiori, hanno un precedente diritto su quella materia. […]
Ovunque nella natura vediamo conflitto, lotta e alternanza di vittorie; e proprio in ciò conosceremo più chiaramente, d’ora in poi, l’essenziale dissidio della volontà con se stessa. Ogni grado nell’obettivazione della materia contende all’altro materia, spazio, tempo. La materia persistente deve mutare senza tregua la propria forma, mentre, seguendo il filo conduttore della causalità, fenomeni meccanici fisici, chimici, organici, premendo fortemente per venire alla luce, si contendono l’un l’altro la materia stessa, poiché ciascuno vuol rendere manifesta la propria idea. In tutta la natura questa lotta continua: anzi, solo per essa la natura sussiste. […]
Questa lotta universale raggiunge l’evidenza più chiara nel mondo animale che ha per proprio nutrimento il mondo vegetale ed in cui, inoltre, ogni animale diventa preda e nutrimento di un altro; deve, cioè, cedere la materia in cui la sua idea si rappresentava, per la rappresentazione di un’idea diversa, in quanto ogni animale può conservare la propria esistenza solo col sopprimerne costantemente un’altra. In tal modo la volontà di vivere divora perennemente se stessa ed è, sottoaspetti diversi, il nutrimento di se stessa, finché, alla fine, la specie umana, avendo sopraffatto tutte le altre, ritiene la natura creata per proprio uso, e tuttavia anch’essa rivela con terribile evidenza in se stessa quel conflitto, quel dissidio della volontà, e diventa "homo omini lupus".
Ora, si possono condividere o meno le ragioni per cui Schopenhauer afferma che la vita è lotta; si può condividere, o meno, la sua convinzione generale che il mondo della volontà si esprima attraverso una serie di forme che tendono ad eliminarsi l’una con l’altra, sforzandosi ciascuna di rappresentare l’idea di cui è depositaria (egli usa la parola "idea" nel senso più ampio del termine, come facevano i filosofi inglesi del XVIII secolo, e perciò la riferisce anche agli animali, alle piante, al mondo minerale); ma è ben difficile dissentire sul fatto che la vita sia lotta in cui ciascuna forma dell’esistente contende alle altre la materia, lo spazio e il tempo di cui ha bisogno per affermarsi. E ciò senza bisogno di essere, necessariamente, dei darwinisti, nel senso rudemente sociale del termine, e meno ancora degli hobbesiani (anche se Schopenhauer sembra essere di un’altra opinione, e considera le due cose, il concetto di vita come lotta e quello della ferinità dell’uomo per il suo simile, come due facce di una sola medaglia).
In effetti, quando diciamo che la vita è lotta, non ci limitiamo a fare un’affermazione, più o meno condivisibile, di tipo biologico; né ad esprimere un parere, una sensazione, uno stato d’animo più o meno ispirato, più o meno realistico: stiamo facendo una precisa affermazione teologica, che trova pieno riscontro nel quadro dottrinale del cattolicesimo e in tutto l’insieme della filosofia cristiana. La vita è lotta perché la natura decaduta, dopo il Peccato originale, è imperfetta; se fosse perfetta, com’era perfetta allorché uscì dalle mani del Creatore, non vi sarebbe lotta, perché non vi sarebbe bisogno di lottare per affermarsi e per sopravvivere. La lotta è indice d’imperfezione; la pace, di perfezione. La natura, dunque, così come la conosciamo, come ci si presenta nella fase attuale, è caratterizzata da un profondo squilibrio, da un’intima disarmonia: ogni cosa lotta per conservare il proprio essere e questa non è una situazione "normale" dal punto di vista teologico, perché la creazione è opera di Dio, e Dio fa solo cose perfette. Ma un evento ha turbato la perfezione originaria del creato: la disobbedienza di Adamo ed Eva, il loro peccato d’invidia e di superbia, per voler essere come Dio. Dice il Libro della Genesi (3, 16-19):
Alla donna [Dio] disse: "Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà". All’uomo disse: "Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorno della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!".
La vita è lotta, dunque, perché, in un mondo disordinato, l’uomo deve costruire un ordine superiore, passando attraverso l’esperienza del lavoro, del sacrificio, della sconfitta e della sofferenza. Nulla di ciò che ha valore viene raggiunto senza sforzo; nulla di ciò che è essenziale viene offerto a chi non è degno di comprenderlo e non è disposto a faticare per raggiungerlo. Chi vuole vincere sempre non raggiungerà mai niente d’importante; chi non sopporta la solitudine, l’incomprensione altrui, la mortificazione del proprio ego, è destinato a nuotare sempre in acque basse: basse e fangose. Per spingersi in alto mare, dove soffiano liberi i venti e la forza della verità frusta in viso senza riguardi il navigante, non bisogna essere troppo affezionati alle proprie comodità e alle proprie sicurezze. È necessaria un po’ di sacra follia; è indispensabile saper osare e saper rischiare, dunque esporsi alla delusione e all’insuccesso. Guai a quei genitori che vogliono proteggere all’infinito i loro figli; e guai a quei filantropi che vogliono risparmiare al prossimo anche la più piccola difficoltà: non rendono un buon servizio a coloro che amano e non danno un contributo positivo alla società nel suo complesso. I figli si guardino dalle madri troppo amorevoli, perché esse non amano veramente i loro figli, ma solo il proprio ego: usano i figli per accudire, vezzeggiare e viziare il loro stesso io, narcisista e tirannico. Perciò esse daranno molto a quei figli, ma chiederanno loro moltissimo in cambio: essere amati a quel modo è una maledizione, perché ostacola il processo di crescita verso stati superiori di consapevolezza, verso la maturità e l’autonomia, e prolunga indefinitamente la condizione di dipendenza psicologica verso l’adulto.
È sbagliato voler proteggere sempre e continuamente le persone che devono crescere, perché così esse non cresceranno mai; ed è sbagliato voler rimuovere ogni rametto e ogni sassolino davanti ai loro passi, perché, in tal modo, si blocca la loro capacitò di adattamento. Genitori iperprotettivi e madri ansiose e nevrotiche gettano le basi per l’instabilità, l’inadeguatezza e l’infelicità dei loro figli, che, divenuti adulti, continueranno a pargoleggiare, reiterando sempre gli stessi errori, senza imparare mai nulla. Impara qualcosa, e nemmeno sempre, colui che si espone, rischia e cade; ma colui che non si espone mai e che non rischia nulla, perché vive sotto la cappa protettiva di qualcun altro, non potrebbe imparare qualcosa, nemmeno se lo volesse. E siccome la vita non fa sconti e non ammette la pusillanimità, questi bambini iperprotetti, che, al primo accenno di pioggia, la mamma accompagna in macchina e fa scendere a un metro dalla porta della scuola, affinché non prendano neanche una goccia di pioggia, si troveranno a dover pagare un conto salatissimo prima d’imparare a camminare da soli, ammesso che possano mai riuscirvi.
Per il cristiano, poi, la vita non è una lotta nel senso più generico, e magari un po’ retorico, dell’espressione, ma è, in primo luogo ed essenzialmente, una lotta del bene contro il male, della verità contro la menzogna, della luce contro le tenebre. Il cristiano ha una concezione attiva e militante della vita, anche se egli, come persona, sia portato ad una attitudine contemplativa: perché anche contemplare Dio nel modo giusto, equivale a lottare per superare gli ostacoli che si frappongono fra noi e Lui. Nulla è facile, per colui che tende con tutta la sua anima e con tutte le sue forze verso il Bene: il mondo lo prenderà in odio, la calunnierà, lo ostacolerà in mille modi, lo , tenterà di gettare il discredito su quello che fa e su quello che dice. Verrà segnato a dito con disprezzo; i vecchi amici faranno finta di non conoscerlo, e perfino i suoi genitori, a un certo punto, proveranno imbarazzo davanti a lui e si vergogneranno di avere un figlio del genere. Quei teologi e quei sacerdoti che non parlano più della lotta fra il bene e il male; che non parlano più della grazia e del peccato; che non parlano più del paradiso e dell’inferno, stanno tradendo la loro missione e stanno sospingendo le anime verso un pericolo gravissimo. Sono come delle guide alpine che incoraggino qualunque principiante ad affrontare delle pareti di roccia estremamente difficili, dove solo degli alpinisti molto esperti potrebbero procedere senza esporsi al rischio di precipitare nel vuoto in qualsiasi istante. Che cosa si dovrebbe pensare di simili guide alpine? O che sono terribilmente incoscienti, oppure qualcosa di assai peggiore: che stanno mandando alla morte, scientemente e deliberatamente, quanti si fidavano della loro esperienza, della loro preparazione e della loro lealtà. Ed è questo un pensiero abissale, un pensiero così conturbante che si stenta anche solo ad accettarlo, a prenderlo seriamente in considerazione, e non si ha quasi il coraggio di guardarlo bene da vicino, di trarne tutte le possibili conseguenze.
Perché mai la Chiesa, oggi, o numerosi membri di essa, dovrebbero comportarsi in una tale maniera? Perché dovrebbero sospingere le anime dei fedeli verso l’abisso, ingannandole con false dottrine e dando loro a credere che non è poi così importante pentirsi dei peccati e convertirsi, perché tanto Dio è talmente misericordioso da perdonare tutti e da portare tutti in paradiso? Si direbbe una cosa senza senso, Eppure un senso deve esserci, se si assiste a una tendenza generalizzata, a un vero e proprio stile teologico e pastorale che sospinge in quella direzione., Non può essere un caso; e non è possibile che la malattia dell’imprudenza e dell’incoscienza si sia così diffusa in maniera spontanea. Forse, tutto è partito dalla cosiddetta riforma liturgica del Concilio Vaticano II. La sacra liturgia non è una semplice veste che s’indossa quando si entra in una chiesa, e poi ci si toglie allorché se ne esce: essendo liturgia sacra, essa è la base di tutto il resto. Se si consente che la sacra liturgia venga secolarizzata, si apre una breccia catastrofica nell’intero edificio della Chiesa, e vi s’introduce la pianta parassita dell’incredulità e dell’irreligiosità. Un poco alla volta, tutti gli aspetti della vita cristiana ne saranno raggiunti e corrotti. Se la liturgia viene desacralizzata, scompare la dimensione stessa del sacro, e la religione si riduce a un fatto puramente umano, sociale, culturale. È questa la meta che si voleva raggiungere? Se è così, ormai è in vista…
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