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3 Marzo 2017«Ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie»

In quel piccolo, stupendo trattato dell’amore di Dio nei confronti dell’uomo, che è costituito dal colloquio notturno fra Gesù e Nicodemo, nel terzo capitolo del Vangelo secondo Giovanni, Gesù, a un certo punto, afferma che gli uomini preferiscono le tenebre alla luce, perché fanno il male: chi fa il male ama le tenebre, dal momento che le tenebre nascondo le sue azioni turpi e vergognose, mentre chi è nella grazia di Dio ama la luce, non avendo niente da nascondere, nemmeno i propri pensieri e i propri desideri.
Riportiamo integralmente questa bellissima pagina delle Scritture (Gv, 3, 1-21; traduzione dalla Bibbia di Gerusalemme):
C’era tra i farisei un certo Nicodemo, un capo dei Giudei. Egli andò da Gesù, di notte, e gli disse: "Rabbì, sappiamo che sei un maestro venuto da Dio; nessuno infatti può fare i segni che tu fai, se Dio non è con lui". Gli rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico: se uno non rinasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio". Gli disse Nicodemo: "Come può un uomo nascere quando è vecchio? Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e rinascere?". Gli rispose Gesù: "In verità, in verità ti dico, se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio". Quel che è nato dalla carne è carne, e quel che è nato dallo Spirito è Spirito. Non ti meravigliare se t’ho detto: dovete rinascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito". Replicò Nicodemo:"Come può accadere questo?". Gli rispose Gesù: "Tu sei maestro in Israele e non sai queste cose? In verità, in verità ti dico: noi parliamo di quel che sappiamo, e testimoniano quel che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra, e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non credere è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo; la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.
In uno dei suoi piccoli testi di commento alle Scritture, profondi e toccanti per intensità di pensiero e di sentimento, don Carlo De Ambrogio (1921-1979) ha svolto queste riflessioni sul passo in questione (da: C. De Ambrogio, La carità nei Vangeli, Rosta, Torino, Centro Mater Divinae Gratiae, 1969, pp. 87-89):
LA SCELTA ODIOSA CHE FANNO GLI INCREDULI. (Gv. 3,19)
E gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce.
Ecco in che cosa consiste il giudizio: la luce è venuta nel modo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce perché le loro opere erano malvagie.
Questa "Krisis" (giudizio, discriminazione) completamente nuova, non è una sentenza arbitrale, pronunciata dal Giudice Sovrano alla fine dei tempi; è una decisione che ogni uomo prende in se stesso sin da quaggiù, e con la quale l’incredulo condanna se stesso (v. 18). Le cose avvengono così: la Luce viene nel mondo che Dio vuole salvare (v. 16). Si tratta del Verbo Incarnato che rimane per sempre fra gli uomini testimone di Dio e fonte permanente di salvezza. È impossibile non decidersi nei suoi confronti. È noto che i credenti lo accolgono per quello che è: l’Unigenito (V. 16, I, 12). Ma un’altra categoria — quanti possono essere? — rifiutano la sua persona, il suo messaggio e la sua opera, perché preferiscono le tenebre.
Il verbo "agapàn" collocato qui ancora in modo enfatico prima del soggetto e all’inizio della proposizione, si oppone all’"agapàn" di Dio del v. 16e suggerisce la mostruosità di questa "Krisis": alla iniziativa salvifica divina , gli uomini rispondono con una predilezione a favore delle tenere e della perdizione! Non si tratta di una tendenza cieca e costrittiva, ma di un giudizio lucido, di una scelta cosciente. Bisogna conservare ad "agapào" il suo duplice significato classico di stimare, apprezzare e preferire (Apoc.12,11). Gli uomini non si attaccano "di più" alle tenebre, ma danno la loro preferenza "piuttosto" (r. 12,43) alle tenebre.
Come un uomo può non amare la luce? San Giovanni lo spiega psicologicamente in virtù di questo principio: OGNI SIMILE AMA IL SUO SIMILE. Se l’uomo vive male, teme una luce che penetrando nella sua segreta vita, condannerebbe le sue opere malvagie ed esigerebbe pentimento. È una forma di perversione religiosa: è una malignità che non può venire che dal demonio (7, 7; I Gv 3, 12; v. 19). Di colpo, chi vuole il male resiste alla luce divina. San Paolo dice sull’incredulità: coloro che si perdono non hanno voluto ricevere l’amore della verità che i avrebbe salvati (II Tess., 2, 10).
In ultima analisi, salvezza e perdita degli uomini si realizzano in funzione di un duplice amore. La carità divina dà a tutti il Cristo redentore e salvatore e rivelatore. Gli uni l’accettano con la fede — tale accoglienza non ha bisogno di essere spiegata -; gli altri lo rifiutano perché più forte è il loro attaccamento al male: ciò li rende impermeabili e persino allergici all’oggetto della fede. Tutto è deciso in funzione del primo amore che si ha nel cuore: LÀ DOVE È IL TUO TESORO…
Il brano del Vangelo di Giovanni, come evidenzia anche il commento di Carlo De Ambrogio, ci ricorda una verità troppo misconosciuta, o troppo volentieri occultata e travisata, nella società moderna, e specialmente dai cattolici dei nostri giorni: che non esiste mediazione possibile, non esiste dialogo, non esiste alcuna possibilità di conciliazione fra il Vangelo e lo spirito del mondo moderno. Uno dei capisaldi della modernità, infatti, è la libertà di pensiero: ebbene, bisogna avere il coraggio i ammettere che Gesù non è stato affatto un maestro della libertà del pensiero, come oggi la s’intende, e per una ragione semplicissima: per Lui, la verità viene di ogni altra cosa. Lo ha detto e ripetuto fino all’ultimo, fino a pochi minuti prima di salire il Calvario ed essere crocifisso, quando, parlando a Pilato, ha affermato: Per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla Verità. Dunque, la libertà di pensiero, se prescinde dalla verità, non è che una falsa libertà, un inganno, una menzogna: solo nella verità si realizza la vera libertà. La vera libertà non è scegliere di credere e di fare qualsiasi cosa, ma scegliere la verità e fare le opere della verità. E la verità, per il cristiano, non è una delle tante, possibili verità (con buona pace dell’ecumensimo e del dialogo-interreligioso), ma è la verità annunciata da Cristo: quella del Vangelo. E la possiamo riassumere così: Dio ha tanto amato gli uomini, da mandare ad essi il suo Figlio Unigento a insegnar loro il comandamento dell’amore, verso di Lui e fra di loro. Da questo sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri, dice Gesù agli apostoli, nel solenne discorso di commiato dell’Ultima Cena. La verità, quindi, è l’Amore: e come potrebbe essere diversamente, se Dio, per definizione, è la somma verità e il perfetto amore?
Ed è chiaro, a questo punto — più chiaro di quanto non apparisse in un primo momento — perché Gesù dice che chiunque fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere; ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio. Chi rifiuta il Vangelo, rifiuta la Verità e l’Amore, e sceglie con ciò stesso le tenebre, nelle quali spera di nascondere agli altri i suoi pensieri malvagi e le sue opere cattive. Le tenebre possono essere intellettuali, spirituali, morali: in una società confusa e smarrita, in una cultura degenerata e in una morale in dissoluzione, i malvagi si sentono più liberi di muoversi, anzi, non solo non nascondono più le loro opere cattive, ma le fanno apertamente, vantandosene, e (suprema improntitudine) dichiarandole buone, giuste e lecite, e arrivando a perseguitare i seguaci della Verità, perché non vogliono piegarsi a questo stravolgimento e a questo ricatto e perché, con la loro semplice esistenza, costituiscono un tacito rimprovero e una confutazione concreta delle loro scelleratezze. Ed ecco perché è corretto definire la modernità come la contro-civiltà delle tenebre: perché in essa gli uomini consumano la suprema blasfemia, quella di chiamare bene il male e male il bene, e di voler imporre per legge il rovesciamento di tutti i valori morali. Gesù è venuto nel mondo non per condannarlo, ma per salvarlo; ma il mondo non ha voluto ascoltarlo, l’ha rifiutato e continua a rifiutarlo; il mondo moderno ha realizzato un sistema di valori e uno stile di vita che è la negazione programmatica e diabolica di tutto ciò che Gesù ha fatto e insegnato. Invece dell’amore, l’egoismo; invece del perdono, la vendetta; invece della fede in Dio, l’autoesaltazione dell’uomo; invece della misericordia, la cattiveria; invece della verità, la menzogna.
Le tenebre della modernità sono penetrate anche nella Chiesa e hanno contaminato anche la sposa di Cristo. Con il fatto stesso di porsi quali cristiani moderni, cioè, secondo loro, più "maturi", più "adulti", più "consapevoli" dei cristiani di cinquanta o cento anni fa, costoro si pongono in antitesi con il Vangelo, e non lo sanno; oppure, se lo sanno, bisogna dedurne che essi stanno diabolicamente operando per la distruzione della Chiesa stessa. I cattolici progressisti e modernisti pensano di essere "migliori" e "più vicini" alla verità dei loro confratelli di due o tre generazioni fa, perché pensano di aver capito che la Chiesa deve condividere il percorso di fondo della civiltà moderna, che va, secondo loro, nella direzione di una più piena realizzazione dell’uomo, della sua dignità, dei suoi diritti naturali e imprescindibili. Ma quale realizzazione può esservi per l’uomo, senza Dio? Quale dignità, senza la verità? Quali diritti, senza il dovere di conoscere, amare, servire e lodare il loro Creatore? Per la civiltà moderna, l’importante è che l’uomo possa auto-determinarsi, liberamente e indipendentemente da qualsiasi istanza a lui superiore; per essa, egli è padrone della sua vita e libero di farne quel che crede: il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, gli osceni "matrimoni" omosessuali, la facoltà di drogarsi a suo talento, tutte queste cose non sono altro che legittime scelte di auto-determinazione. Il cattolico modernista e progressista, davanti a tali scelte, si rifugia in un ipocrita: Chi sono io per giudicare? e intanto lascia correre, quando non approva addirittura, o non rivendica per sé la libertà di operare le stesse scelte.
Qualcosa, però, in fondo alla coscienza, si ribella; qualcosa non si rassegna. L’uomo può raccontarsi infinite menzogne, ma non è detto che poi riesca ad essere così stupido da crederci. Questa falsa coscienza di sé è alla radice dell’angoscia e della rabbia ormai così diffuse e così caratteristiche del nostro tempo. Chi è in pace, in armonia e in equilibrio con se stesso, non si fa dominare né dall’angoscia, né dalla rabbia; ma, per essere in pace con se stessi, bisogna esserlo con Dio, cioè riconoscere il posto che Gli spetta nella nostra vita. Noi, che esistiamo grazie a lui; noi, che non esiteremmo, e che non sopravvivremmo un giorno di più, se non fossimo avvolti dal suo amore provvidenziale, lo abbiamo escluso, rifiutato, o, cosa — se possibile — ancor peggiore — lo abbiamo adattato, rimpicciolito e deformato secondo le nostre necessità. Ci siamo fabbricati un falso dio, perché assecondi, scusi e giustifichi tutte le nostre debolezze, le nostre viltà, i nostri peccati; un dio permissivo, che abolisca o condoni i peccati, e non ci stanchi con pretese esagerate, come quella di essere suoi degni figli, che vivono nell’amore e nella verità. Invece vogliamo vivere nel disordine, nel piacere, nella cupidigia, ma non ci piace essere richiamati o rimproverati; e allora ci siamo persuasi che dio, dopo tutto, sa che il compito di essere suoi degni figli è superiore alle nostre forze, e chiude un occhio, o magari tutti e due, se ci comportiamo, non come suoi figli, ma come figli del diavolo. Così in basso siamo caduti; a tanto è arrivata la degenerazione della civiltà moderna e della stessa neochiesa modernista. E qui si comincia anche a capire perché certi teologi e certi pastori del gregge ci tengano tanto a relativizzare la verità, magari con la scusa del dialogo e della tolleranza…
Fonte dell'immagine in evidenza: Foto di Chad Greiter su Unsplash