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Vivere nelle megalopoli comporta una perdita di umanità

Fin dai tempi antichi — si pensi alle satire di Orazio («Ibam forte Via Sacra, ecc.»: ex compagni di scuola, ricordate?) e a quelle di Giovenale — era quasi un luogo comune la critica nei confronti della vita urbana e dei suoi modelli di comportamento. Nel Medioevo la tendenza s’interrompe, per la buona ragione che, in quella fase storica, le città decadono; tuttavia, non appena lo sviluppo urbano torna a fiorire, ecco che subito alcuni scrittori riprendono a criticarne abitanti. Come non ricordare l’invettiva di Dante contro la corruzione dei costumi della sua Firenze, caduta in mano a mercanti e bottegai, avidi solamente di guadagno? «Fiorenza dentro da la cerchia antica, / ond’ella toglie ancora e terza e nona, / si stava in pace, sobria e pudica. / Non aveva catenella, non corona, / non gonne contigiate, non cintura / che fosse a veder più che la persona» (Paradiso, XV, 97-102). Passatismo, nostalgie anacronistiche, moralismo a buon mercato? Forse; o forse no. Ad ogni modo, a partire del XIV secolo, la città sale e la campagna scende: ed è la volta del contadino di fare da bersaglio ai facili strali dell’ironia e della satira dei poeti e degli scrittori di città.

Il movimento ascendente del modello urbano continua a salire e, salvo brevi battute d’arresto, nel XVII secolo, a partire dall’Illuminismo esso trionfa e s’impone definitivamente: la Rivoluzione industriale e le rivoluzioni politiche liberal-democratiche, tutte incentrate sulla vita delle capitali — Parigi, Vienna, Berlino — non ne sono che il suggello; e il sorgere delle banche centrali e delle piazze finanziarie — a Londra, a New York — costituisce l’ultima, e più possente, ratifica. L’avvento della società di massa, tra la fine del XIX e il principio del XX secolo, ha come scenario preferito l’urbanizzazione sempre più intensa, sempre più selvaggia; mentre nel cosiddetto Terzo Mondo si moltiplicano le megalopoli parassitarie, le quali, non avendo da offrire né posti di lavoro in fabbrica, né servizi, ad una borghesia troppo scarsa e troppo conservatrice, offrono, in compenso, vasti spazi per i bivacchi di una popolazione rurale attratta da illusorie speranze e poi respinta ai margini, nei quartieri periferici, nelle discariche, nelle baraccopoli, negli accampamenti precari sempre più simili ai gironi dell’Inferno dantesco.

La città, insomma, ha conservato il suo potere seduttivo ed attrattivo fin verso la metà del XX secolo o un po’ oltre; è solo a partire dagli anni ’60 del Novecento che una parte della borghesia cittadina avverte una crescente insofferenza verso il gigantismo disordinato e stressante, l’inquinamento, la piccola criminalità imperversante nei grandi agglomerati urbani, e comincia a rifluire verso la periferia ancora risparmiata dalla cementificazione brutale, verso le colline, le rive dei laghi o del mare, per costruirsi o acquistare una villetta con giardino e, magari, con piscina, lontano dagli inconvenienti della vita in centro, ma abbastanza vicino a quest’ultimo, da poterlo raggiungere in pochi minuti di automobile, sia per ragioni lavorative e professionali, che per gli svaghi, la cultura, i teatri, i cinema, le occasioni mondane. Intanto, le strade ed i quartieri semi-abbandonati non sono rimasti vuoti troppo a lungo; nel giro di appena una generazione si è fatta avanti una popolazione estranea, per la maggior parte formata da immigrati stranieri, che si è insediata gradualmente non solo nelle periferie, ma anche – e, talvolta, soprattutto – nei vecchi centri storici, ormai in gran parte disertati dai loro abitanti originari.

La psicologia degli abitanti delle grandi città moderne subisce una graduale – e, all’inizio, quasi insensibile – trasformazione, per poi mostrare i segni di una vera e propria mutazione antropologica: si tratta quasi di una nuova specie di Homo sapiens sapiens, solo apparentemente derivante dall’antica, ma, in effetti, radicalmente diversa quanto a sentimenti, pensieri e comportamento.

Il tratto essenziale di questa nuova creatura urbana è il disincanto, spinto sino ai confini del cinismo. È una persona senza più sogni, né speranze, e, soprattutto, ormai incapace di pensare a qualcosa o a qualcuno che non sia il proprio ego, la difesa ostinata e feroce della posizione acquisita, il distacco, e, sovente, il disprezzo, per chiunque altro non gli serva, né rientri nei suoi scopi strettamente utilitaristici; dominata da una estrema e quasi apprensiva vigilanza a protezione di sé, e, per il resto, una sorda apatia e una grigia indifferenza per il resto del mondo. È come se una tale creatura avesse reciso i propri legami con il mondo, e l’empatia con tutto ciò che sta al di fuori di lei; incapace di scorgere la bontà, la bellezza e l’onestà, non si fa scrupolo di procedere, con qualunque mezzo, in una società in rovina, calpestando ciò che non le serve e scansando o aggirando ciò che potrebbe ritardare il suo cammino, il tutto senza smettere di provare un amaro compiacimento nel considerare i suoi simili come immondizia, o, nel migliore di casi, come soprammobili, privi di alcun valore intrinseco, la cui vista la irrita, o la diverte, o la infastidisce, ma non la rallegra mai veramente, o, più spesso, la lascia del tutto indifferente.

Nello stesso tempo, si tratta di una creatura intelligente, o, quanto meno, astuta: per cui possiede uno sguardo lucido sul mondo; lucido, ma freddo e inumano; lucido, ma totalmente privo di dolcezza o di benevolenza, non parliamo, poi, di solidarietà, o anche solo di compassione. Non si sente in alcun modo legata alle migliaia di altre creature, simile a lei, che popolano il suo orizzonte: le vede, ma il suo occhio scivola oltre, come se le attraversasse. Si è anestetizzata contro qualsiasi forma di sentimento, all’infuori di un cieco, aggressivo amor di sé: ha una grandissima opinione del proprio valore e pensa di essere perseguitata da un destino avverso, che la costringe a condividere lo stesso cielo, e a respirare la medesima aria, di una folla straboccante e miserevole, di cui non le importa nulla e che eliminerebbe volentieri, se soltanto lo potesse, come si fa con le zanzare o con gli scarafaggi.

Si prenda, ad esempio, questa pagina di prosa della scrittrice ebrea newyorkese Tana Janowitz, tratta dalla sua raccolta di racconti «Schiavi di New York» (titolo originale: «Slaves of New York», New York, Crown Publishers Inc., 1986; traduzione dall’inglese di Rossella Bernascone, Milano, Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas, 1987, pp. 182-83):

«… Alla Centoventicinquesima, vidi che stavano arrivando le vetture per il centro. Volai su per le scale e poi giù dall’altro lato e mi buttai su quello che avrebbe dovuto essere un locale. MA NON LO ERA. Non si fermò alla Ottantunesima e nemmeno alla Settantaduesima. Mi misi a urlare. Gli altri passeggeri alzarono gli occhi dai giornali per guardarmi. "Cristo! Sulla metropolitana romana queste cose non succedono. Questo treno del cazzo ha scritto sopra che è un locale ma non si ferma. Che storia è questa?" Li fissai tutti a uno a uno. Ma nessun altro sembrava minimamente preoccupato. Erano così rassegnati al loro destino, che non aprivano neppure bocca.

C’era una puzza orrenda. Non riuscivo a capire da dove venisse. Guardai in giro: in fondo c’era una barbona. Com’è che lasciavano viaggiare gente così puzzolente? Non doveva essere vecchia, in mezzo a quei giornali bagnati e alla coperta che sistemava continuamente. Non era facile riuscire a puzzare così, se l’era ben coltivato, quell’odore. Non lo sentiva, lei? E non aveva neppure le scarpe. Buon Dio, mi dispiaceva per lei, ma ero furibondo: a Roma non c’erano barboni in metropolitana. Con tutti i soldi che giravano negli Stati Uniti, possibile che d’inverno non si trovasse un posto per una così?

Con un gemito si coricò sul fianco occupando tutto il sedile, sotto il quale c’era un paio di scarpe da jogging ridotte alla sola punta, e marcia anche quella. Il che illustra chiaramente quello che penso di chi fa del jogging, ed era l’unica cosa che quella povera creatura poteva permettersi.

Era terribile. Perché non riuscivo a provare più compassione per una persona che non conoscevo? Non c’era modo di trasformare le emozioni umane in qualcosa di utile? Nel frattempo, metà del mio cervello rimuginava su quanto è disgustoso viaggiare in metropolitana. Ormai era del tutto inutile che io andassi al museo: avevo passato la giornata a distrarmi, l’orologio segnava le quattro passate, se il museo chiudeva alle cinque non aveva senso andarci.

Tuttavia tornai indietro. Dovetti scendere dal treno in corsa e per un attimo meditai di buttarmi sui binari, anche se, conoscendomi, sapevo che non sarei morto, ma sarei stato storpiato a vita. Eppure, se ne fossi stato veramente convinto avrei potuto farla finita. Nella mia fradicia infelicità vedevo davanti a me i prossimi dieci, vent’anni: senza un soldo e sconosciuto sarei sicuramente finito come quella barbona, a girare eternamente sulla metropolitana. Com’era venuto, il momento di contemplazione svanì; mi attendeva l’incontro con Lacey, e, se continuavo a vivere, presto o tardi avrei dato a tutti quanti una bella lezione.

Quando scesi dal treno alla stazione dell’Ottantunesima, imboccai l’uscita sbagliata, non quella che portava al museo. Sugli scalini c’era un altro accattone, fermo su un gradino, incapace di scendere o salire. Aveva dei sandali di plastica infradito al posto delle scarpe ed emanava lo stesso orribile odore che non era di urina, né di sudore, ma qualcosa di molto peggio: la formaldeide della decomposizione.

Un accattone alla Tolouse-Lautrec, che non riusciva a scendere né a salire e, ingobbito, ondeggiava lento aggrappandosi al corrimano. Fui costretto a sfiorarlo, ma pensai: a che cosa può servire aiutarlo a salire o scendere? Quando arriverà in cima o in fondo, per lui probabilmente sarà peggio di dove si trova ora.

La mia meschinità e quella dell’umanità intera mi colpirono profondamente.

Ma per fortuna quella sera il museo era aperto fino alle sei, il che migliorava un po’ le cose…»

In questo brano di prosa, con uno stile che vorrebbe essere spigliato e spiritoso, e che è valso alla Janowitz un notevole successo di vendite, tale da proiettarla nell’Olimpo dei maggiori autori di best-sellers, abbiamo un ritratto abbastanza fedele del nuovo tipo umano generato dall’ambiente della grande città contemporanea: e la stessa tristezza dell’ironia di cui si serve, lo stesso squallore delle sue trovate di spirito e strizzatine d’occhio, ci dicono che ella non ha descritto un altro tipo umano, ma il proprio tipo umano, esattamente come il regista Woody Allen, che ha avuto un così grande successo di pubblico esattamente per le stesse ragioni.

L’eroe del racconto di Tama Janowitz è simile agli "eroi" di Woody Allen: un individuo gretto e meschino, ma brillante nell’uso della parola; che non prende nulla sul serio, perché non crede a nulla, tranne che al proprio sacro egoismo; che vive, giorno per giorno, all’insegna di un narcisismo così assoluto, così sfrontato, così apparentemente ingenuo, da suscitare quasi tenerezza: la tenerezza che destano i bambini piccoli o certi cagnolini dall’aria malata. E, infatti, costui sfrutta sino in fondo la tenerezza che, effettivamente, desta nel prossimo, e specialmente nelle donne: stimola il loro istinto materno, e intanto le usa, se le porta a letto, senza nulla dare di sé, perché non ha nulla da dare, in attesa di passare a un’altra conquista e a un altro atto di vampirismo psichico. Si nutre della freschezza e della giovinezza altrui, che prende senza neppure sognarsi di ricambiare in qualche modo: sfrutta la propria apparente debolezza e fragilità per commuovere, ma, dentro di sé, sa di essere più forte, sa di essere un vorace lupo mannaro, un superuomo della decadenza e della decomposizione, nonché un perfetto parassita dal cuore di ghiaccio. O forse no: c’è qualcosa che lo spaventa, anzi, che lo terrorizza: vale a dire tutto quel che può fargli ombra, e specialmente l’idea della vecchiaia e della propria morte. Di ciò ha una paura folle: sembra quasi che il suo cinismo abbia il solo scopo di attutire, come una droga, il terrore che lo pervade al pensiero della propria fine, e che egli intenda rivalersi, vampirizzando quanto più gli è possibile la vita altrui.

Due sono le armi di cui si serve per catturare le sue vittime: la fragilità apparente, che lo fa simile ad un bambino che abbia perso la mamma, e l’intelligenza brillante, o, quanto meno, la vivacità intellettuale, che esercita solo ed esclusivamente a fini corrosivi, ironici e demolitori. Non sa cosa voglia dire costruire; non è mai sfiorato dal pensiero che possano esistere dei doveri verso gli altri; e i bambini, quelli veri, non lo interessano, anzi, lo disgustano, perché rappresentano solo un fastidio e un elemento di disordine: pianti e pannolini sporchi da cambiare. Eppure le donne ne sono attratte: tanto più se sono belle, quanto lui è brutto; se sono piene di vita, quanto lui è arido; se sono generose, quanto lui è egoista. Insomma non è un uomo, ma un mostro in sembianze umane, che nessuna Bella riuscirà, coi suoi baci, a trasformare in un principe, o anche solo a far tornare uomo…

Fonte dell'immagine in evidenza: Photo by Mike Chai from Pexels

Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
(Udine 1956 - Verona 2025) Laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Negli ultimi anni ha collaborato con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi.
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