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L’uomo massa «rancoroso e sragionante» è comunque migliore dell’intellettuale moralista

L’uomo-massa sedotto dal fascismo, il piccolo borghese degli anni ’20 e ’30 del Novecento, merita tutto il disprezzo di cui lo hanno ricoperto gli intellettuali progressisti? Ecco come la pensava Thomas Mann nel suo saggio politico «Attenzione, Europa!» (in: Th. Mann, «Moniti all’Europa», traduzione italiana di Cristina Baseggio, Milano, Mondadori, 1947, pp. 109-113):

«… Che cosa avviene quando masse di ceto medio e inferiore al medio, immiserite, spossessate, sconvolte dal bisogno e cariche di rancori, cominciano a pensare e a far della mistica, abbiamo potuto sperimentare. Al piccolo borghese si è detto che la ragione era abolita, che era lecito insultare l’intelletto, che a questi fantasmi aventi qualche rapporto col socialismo, con l’internazionalismo ed anche con lo spirito ebraico era da attribuirsi la colpa della sua miseria, ed a buon diritto egli orientò il suo pensiero contro la ragione, imparò a pronunciare la parola linguisticamente difficile, ma molto gradita all’istinto: "irrazionalismo". La popolarizzazione dell’irrazionale, fenomeno del secondo e terzo decennio del nostro secolo, è forse lo spettacolo più deplorevole e più ridicolo che possa offrire la storia. Il piccolo borghese, imbarbaritosi nel pensiero, inventò di propria iniziativa la parola "bestia intellettuale", espressione sciocca, ma autorizzata in certo modo dalla sfera superiore dello spirito antispirituale, e pieno d’effetto nella sua oltraggiosità inferiore. Formula micidiale, che colpiva prima di tutto ogni volontà di ragione politica e sociale, la volontà della pace, il sentimento europeo, ma al di là di questo colpiva propriamente ogni disciplina spirituale e ogni moralità.

Ma come lo spirito antispirituale non può fare a meno di essere ancora spirito, così anche il suo rampollo subalterno, l’uomo-massa sragionante, non se la cava senza spirito e senza pensiero. Egli parla, filosofeggia e scrive, e ciò che mette fuori non è altro che spirito storpiato, intellettualismo a buon mercato. L’aria è piena di acciarpato ed eccitato, vapori di letteratura corrotta gravano sopra il paese e rendono impossibile il respiro. L’uomo-massa che filosofeggia contro la ragione ha usurpato per a sé solo il diritto di pensare, di parlare e di scrivere, chiudendo la bocca a tutti gli altri e, sicuro da ogni contraddizione, fa uso della sua prerogativa in modo tale, che si rimane sbalorditi e si vorrebbe maledire la democrazia liberale, che ha insegnato a ciascuno a leggere e a scrivere. Si ha l’impressione che il pensiero stesso e la parola siano disonorati per sempre da un così miserabile abuso. Una cultura da trivio deplorevolmente sovreccitata butta fuori senza ritegno le sue pseudo-conoscenze, i suoi virulenti teoremi, le sue filastrocche mistagogiche e le sue decisioni imprudentemente proclamate per la durata di un millennio; e solo debolmente, solo con paura una scienza in parte intimidita, in parte vergognosamente simpatizzante, osa una lieve reazione. Non passerà molto tempo e questo pseudo-pensiero avrà dappertutto il potere di attuare le sue "idee", di convertirsi con audace violenza in storia. La storia sarà improntata da esso.

Ma non ha qualcosa di profondamente cristiano questa vittoriosa insurrezione dei poveri di spirito, questo fallimento della scienza, della cultura, dell’intelligenza, della civiltà, di fronte al gusto e al giudizio della piccola gente, dei pescatori, dei doganieri e dei peccatori? Io credo che bisogna andar cauti nell’uso di questi paralleli. La rivoluzione cristiana e quella dell’uomo massa mostrano differenze di carattere, differenze di benevolenza e di cordialità umana, per dirla nel modo più semplice, che equivalgono a un serio monito contro confusioni e falsi riconoscimenti. Il nostro tempo ha prodotto questo fenomeno di strana perversione: una riunione in massa di gente molto povera di spirito, morbosamente esaltata, ha applaudito all’ABOLIZIONE DEI DIRITTI DELL’UOMO, che qualcuno proclamava dall’alto della tribuna per mezzo dell’altoparlante. Dalla semplicità può venire la verità, dalla perversità no.

Forse mi si risponderà che il movimento moderno è di natura eroica, mentre la trasformazione cristiana del mondo e la Rivoluzione Francese avevano un carattere altruistico, umanitario. Ma per quanto io ami ed ammiri l’eroico nelle sue manifestazioni spirituali, non posso impormi di credere all’eroismo della piccola gente. Il mondo di questa non è eroico, ma giornalistico, romantico-criminale; ha molto del libro che si smercia a pochi soldi sulle bancarelle e del film ad effetto, ma non ha proprio nulla di eroico. Si dovrebbe poter chiamare eroico un truce delitto, perché questa parola potesse essere appropriata al moderno mondo delle masse. Si stenterà a chiamare eroico il nuovo stile criminale della politica, creazione di un fanatismo inferiore. Per poter comprendere che cos’è l’eroismo ci vuole un livello morale più alto che quello di una filosofia, per la quale la violenza e la menzogna rappresentano i principi fondamentali di tutta la vita. È questa infatti la filosofia del piccolo borghese, ammantato di furore speculativo. Oltre che alla violenza egli crede solo alla menzogna ed a questa forse ancora più ardentemente che a quella. Fra le idee europee che, grazie alla propria elevazione, egli ritiene definitivamente liquidate: verità, libertà, giustizia, la verità è per lui la più odiosa, la più impossibile. Egli vi sostituisce il "mito": questa parola ha nel suo vocabolario culturale una parte altrettanto rilevante quanto la parola "eroico". Se si guarda più da vicino che cosa intende con essa, risulta che è l’eliminazione delle differenza fra verità e ciarlatanismo.

Il problema della verità, cioè della verità come idea assoluta e della sua dipendenza dalla vita, della verità nella sua eternità e nella sua variabilità, è un problema dal grave peso morale. Che cos’è la verità? Così domanda non solo lo scettico patrizio romano, così domanda la filosofia stessa, lo spirito che pensa criticamente se stesso. Esso vuole vivere, esso ammette che la vita ha bisogno della verità, dalla quale è aiutata, promossa. "Solo ciò che promuove la vita è vero". Questa affermazione può andare. Ma per non cadere fuori da ogni morale, per non sprofondarsi in un abisso di cinismo, è necessario completarla con l’altra affermazione: "Solo la verità promuove la vita". […] Al tipo umano di cui ho parlato fu riservato invece un altro compito: mettere suo trono la menzogna come unica potenza creatrice della vita e storicamente efficace; farsi una filosofia dell’abolizione di ogni differenza fra verità e menzogna; istituire in Europa un vergognoso pragmatismo, che nega lo spirito stesso in favore dell’utile, che commette od approva senza scrupolo delitti, quando servono ai suoi surrogati dell’assoluto, e non indietreggia neppure dal concetto della falsificazione, anzi attribuisce alla falsificazione lo stesso valore che alla verità, se essa è UTILE nel suo senso.

Non voglio giungere al punto di identificare addirittura questo tipo con l’"uomo moderno". Ma è un tipo diffuso, un tipo-massa, e quando dico che esso caratterizza il tempo, esprimo per lo meno la sua propria convinzione: quella convinzione che gli dà lo slancio baldanzoso, con cui si accinge a sorpassare un mondo tenuto in svantaggio da inibizioni morali, e a farsi suo padrone e maestro.»

L’analisi sociologica di Thomas Mann è molto, fin troppo, politicamente corretta: è fatta per piacere agli intellettuali antiborghesi, progressisti, umanitari e soprattutto bene intenzionati; e piace, oggi, al punto da essere considerata la sola autorizzata, avente valore di verità definitiva sulla involuzione antropologica dell’Europa negli anni Trenta del XX secolo. Ma non è la verità, anche se Mann deplora con molto sussiego il tramonto dell’amore per la verità, come se fosse lui il solo a possederne la ricetta. L’analisi che egli fa contiene, certamente, una parte di verità, e quindi è plausibile ad un osservatore di bocca buona: ma non è veritiera, perché esclude dal quadro tutto ciò che non va d’accordo con la sua interpretazione.

Thomas Mann è un intellettuale borghese che, a quanto pare, odia e detesta con tutte le sue forze la sua classe di provenienza, la sua cultura, la sua tradizione: e pazienza, la cosa non è limpida, ma non si può certo dire che egli non fosse (e non sia), in buona, anzi in ottima compagnia nell’effettuare una tale operazione. Andava (e va) assai di moda sputare nel piatto della borghesia, anzi, della piccola borghesia, specialmente quando ci si mangia dentro. Quello che si capisce, è che Thomas Mann ce l’ha a morte con la piccola borghesia: sulla grande, non spende una parola; eppure è da lì, e specialmente dalla grande industria e soprattutto dalle banche e società di assicurazioni, che è partita la tragedia del 1929, che avrebbe regalato alla sua Patria e al mondo l’orrore del nazismo e, poi, la Seconda guerra mondiale. Ad ogni modo, se si fosse limitato a vomitare ingiurie e gesti schifati nei confronti della piccola borghesia, non si sarebbe discostato da ciò che facevano (e fanno), per professione e per partito preso, i bravi intellettuali di sinistra, i marxisti in primo luogo, e poi tutti i "progressisti" delle più varie sfaccettature, dai liberali ai cattolici di sinistra, dai socialdemocratici ai radicali. Insomma avrebbe fatto una analisi per niente originale, e per niente coerente con la sua identità di classe, con la sua storia, con il suo itinerario intellettuale; però sarebbe stato solo uno fra i tanti, con l’aggiunta della incoerenza e della malafede.

Thomas Mann, però, non si è limitato a questo. Dall’alto della sua saggezza e della sua cultura, dall’alto della sua Montagna Incantata e della sua Venezia kitsch, necrofila e decadente, nido d’amore e d’ispirazione per esteti pederasti e parassiti, si mette a filosofeggiare presuntuosamente, accusando i piccoli borghesi di praticare filosofie d’accatto; a sparare sentenze, condanne e scomuniche piene di astio e di livore, accusando i piccoli borghesi di essere rancorosi e sragionanti; a maledire il momento in cui la democrazia ha elargito a chiunque il dono immeritato della alfabetizzazione, di cui si è giovata questa teppa irriconoscente, che assai meglio avrebbe fatto a restare nella sua ignoranza ancestrale; a scoccare strali impietosi contro il piccolo borghese imbarbarito che pretende di pensare (!), mentre dovrebbe soltanto tacere e ascoltare le ineffabili sentenze dei sapientoni e degli intelligentoni come, evidentemente, si ritiene egli stesso.

Tutta la sua tirata antiborghese — noiosa, ripetitiva, collerica e intrisa di moralismo auto-referenziale — altro non è che lo sfogo di uno scrittore egoista, presuntuoso, incattivito, il quale, invece di domandarsi perché il piccolo borghese europeo sembra attratto e, a volte, sedotto da filosofie irrazionali e da ideologie neopagane (in fondo, non dovrebbe essere questa la sua ragion d’essere: il saper porre le domande giuste, a se stesso in primo luogo?), sale sul banco del pubblico ministero e si abbandona a una arringa tanto velenosa quanto cieca, e tanto più spiacevole, quanto più si ammanta di senso etico, decoro, buon gusto e difesa d’ufficio dell’intelligenza vilipesa dalle masse. Nossignore. La vera intelligenza consiste nel cercar di comprendere. Invece di indignarsi perché il piccolo borghese sembra affascinato dal fascismo (senza spendere una sola parola nei confronti del proletario affascinato dal comunismo: ancora il mito del buon selvaggio?), egli avrebbe dovuto domandarsi in che cosa lui, e quelli come lui, avevano mancato nel loro ruolo di intellettuali borghesi. Avevano saputo cercare le strade della speranza, dell’amore, della riconciliazione, della solidarietà, della collaborazione, dopo la tragedia della Prima guerra mondiale (alla quale Thomas Mann aveva entusiasticamente aderito)? Oppure avevano solo inseguito i loro capricci estetizzanti e il loro egoismo di scrittori viziati dalla notorietà, abusando del potere culturale di cui si erano trovati a disporre, e non avevano saputo fare altro che compiacersi della decadenza borghese (come ne «I Buddenbrook»), razzolare in mezzo ai pettegolezzi culturali alla moda (come ne «La montagna incantata»), tessere l’elegia dello splendido isolamento crepuscolare (come in «Tonio Kröger»)? Se a questo si era limitata la loro funzione, allora essi erano gli ultimi ad avere il diritto di puntare il dito contro il piccolo borghese che, privo di guide, si era affidato al caporale austriaco. A quelli come Thomas Mann non venne (né viene) in mente che il tanto disprezzato piccolo borghese era, ed è sempre stato, il Cireneo che manda avanti la società, mentre gli altri si prendono il lusso di parassitarla (come il grande borghese percettore di rendita) o di mandarla in frantumi (come il proletario "rivoluzionario"): e che è lui, nonostante tutto, a sobbarcarsi l’immane fatica di ricostruire, dopo le macerie; di credere nell’avvenire, ma senza inseguire scorciatoie ingannevoli e sanguinose; di custodire la tradizione, conciliandola col progresso; di assumersi delle responsabilità, di sporcarsi le mani, insomma di fare tutto quel che l’intellettuale schifiltoso e moralista non sa fare, né vorrebbe fare, neanche se lo pagassero in oro, perché tutto quel che sa e vuole fare, è criticare e insultare chi s’impegna, rischia, si espone, mentre lui se ne sta nel suo palchetto di teatro, o magari va all’estero, e poi torna, dietro il carro dei vincitori, vantando il suo credito di profeta inascoltato…

Fonte dell'immagine in evidenza: Wikipedia - Pubblico dominio

Francesco Lamendola
Francesco Lamendola
(Udine 1956 - Verona 2025) Laureato in Materie Letterarie e in Filosofia all'Università di Padova, ha insegnato dapprima nella scuola elementare e poi, per più di trent'anni, nelle scuole medie superiori. Ha pubblicato una decina di libri, fra i quali L'unità dell'essere e Galba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d.C, e ha collaborato con numerose riviste cartacee e informatiche. In rete sono disponibili più di 6.000 suoi articoli, soprattutto di filosofia. Negli ultimi anni ha collaborato con scritti e con video al sito Unione Apostolica Fides et Ratio, in continuità ideale e materiale con il magistero di mons. Antonio Livi.
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